La relazione tra smartphone, social media e salute mentale si trova davanti un punto di svolta storico. Sempre più paesi stanno introducendo nuove leggi che limitano l’età minima con la quale si può accedere ai social o a certe tipologie di siti internet (siti porno ad esempio) e ci si chiede che mezzi si possano usare per tutelare i più piccoli.
Negli ultimi quindici anni, psicologi, educatori e clinici hanno osservato un fenomeno sempre più evidente e preoccupante: l’aumento improvviso e trasversale dei disturbi d’ansia, della depressione e dell’autolesionismo tra gli adolescenti. Non si tratta di una crescita lenta o progressiva, ma di un cambiamento netto, concentrato a partire dai primi anni Dieci del Duemila, periodo in cui sono stati disponibili sul mercato i primi smartphone.
La “Gen Z” (i nati dopo il 1995) è stata la prima ad aver attraversato la pubertà con un portale verso mondi alternativi in tasca. É la prima generazione ad aver effettuato il passaggio da una “infanzia fondata sul gioco” ad una “infanzia fondata sul telefono”.
Nel libro “La generazione ansiosa”, lo psicologo sociale Jonathan Haidt propone una tesi chiara e insieme controversa: questa crisi di salute mentale è strettamente legata alla trasformazione radicale dell’infanzia e dell’adolescenza prodotta dalla diffusione di smartphone e social media. Il volume, diventato rapidamente un bestseller internazionale, ha acceso un ampio dibattito nel mondo della psicologia, dell’educazione e delle politiche giovanili.
Il punto di partenza di Haidt è di tipo epidemiologico. A partire dal 2010–2012, in molti Paesi occidentali si registra un aumento simultaneo di:
Secondo l’autore, questa discontinuità temporale suggerisce l’ingresso di un fattore ambientale nuovo e particolarmente potente, capace di incidere in modo sistemico sullo sviluppo psicologico di un’intera generazione.
Haidt definisce questo processo “Great Rewiring of Childhood”, ovvero una vera e propria riconfigurazione del modo in cui bambini e adolescenti crescono e fanno esperienza del mondo.
Nel giro di pochi anni si è verificato un doppio movimento:
In poche parole i bambini hanno smesso di uscire fuori per strada perché pericoloso, ma gli è stato permesso di entrare in un mondo altrettanto pericoloso virtuale. Il risultato è un’infanzia sempre meno incarnata e sempre più mediata dallo schermo, in cui esperienze fondamentali per lo sviluppo emotivo vengono progressivamente sostituite da interazioni virtuali.
Il libro individua nello smartphone, inteso non come semplice strumento, ma come “ecosistema digitale sempre connesso”,un fattore chiave.
I meccanismi psicologici coinvolti sono molteplici:
In primo luogo, la deprivazione di sonno: l’uso serale e notturno dei dispositivi riduce la qualità del riposo, con effetti ben documentati su umore, attenzione e regolazione emotiva.
In secondo luogo, il confronto sociale permanente. I social media amplificano il paragone con gli altri, trasformando like, follower e visualizzazioni in indicatori di valore personale. Questo aspetto colpisce in modo particolare le adolescenti, più esposte a pressioni legate all’immagine corporea e all’approvazione sociale.
Un ulteriore elemento è la pubblicizzazione del giudizio: errori, esclusioni o umiliazioni non sono più eventi transitori, ma restano visibili, condivisibili e potenzialmente virali.
Infine, la frammentazione dell’attenzione, prodotta da notifiche continue e contenuti progettati per catturare l’interesse, riduce la capacità di concentrazione profonda e la tolleranza alla noia, entrambe fondamentali per una maturazione emotiva equilibrata.
Haidt dedica ampio spazio alle differenze di genere. Le ragazze mostrano un aumento più marcato di ansia, depressione e disturbi internalizzanti, mentre i ragazzi tendono maggiormente a ritiro sociale, isolamento prolungato, uso problematico di videogiochi e contenuti digitali.
In entrambi i casi emerge una difficoltà crescente nel gestire frustrazione, conflitto e incertezza, elementi inevitabili della vita adulta.
Uno dei passaggi più rilevanti dal punto di vista psicologico riguarda la progressiva scomparsa del gioco libero non strutturato. Secondo Haidt, il gioco rappresenta una vera palestra evolutiva, essenziale per sviluppare autoregolazione emotiva, competenze sociali, senso di efficacia personale, resilienza allo stress.
La riduzione di queste esperienze priva bambini e adolescenti di occasioni fondamentali per imparare a tollerare il disagio e affrontare il rischio in modo adattivo.
Il libro si inserisce anche in una riflessione culturale più ampia. Haidt osserva come la nostra società tenda sempre più a interpretare il disagio psicologico come qualcosa da eliminare rapidamente, piuttosto che come un’esperienza da attraversare e integrare.
Questo approccio, pur animato da buone intenzioni, può contribuire paradossalmente a rafforzare:
- l’evitamento;
- la bassa tolleranza allo stress;
- stili cognitivi tipici dei disturbi d’ansia.
Nella parte finale, Haidt avanza alcune raccomandazioni concrete:
L’obiettivo non è demonizzare la tecnologia, ma riallineare sviluppo psicologico e ambiente digitale.
Nel lavoro clinico con adolescenti e famiglie, le dinamiche di cui tratta questo libro emergono sempre più spesso come sfondo implicito del disagio: non come causa unica, ma come contesto che amplifica fragilità già presenti.
Al di là delle singole posizioni, “La generazione ansiosa” pone una domanda cruciale per la psicologia contemporanea: che tipo di ambiente stiamo offrendo allo sviluppo emotivo delle nuove generazioni?
In un’epoca in cui la tecnologia è sempre più centrale anche nel supporto psicologico, il libro invita a una riflessione necessaria: non tutto ciò che è connesso è automaticamente evolutivo. La salute mentale degli adolescenti dipende anche dalla qualità delle esperienze reali che permettiamo loro di vivere.
La riflessione proposta da Haidt non chiama in causa solo genitori e insegnanti, ma anche psicologi, clinici e professionisti della salute mentale. Se l’ambiente digitale è diventato una delle principali matrici dello sviluppo emotivo, allora la prevenzione del disagio non può limitarsi all’intervento individuale, ma deve includere una valutazione critica dei contesti in cui bambini e adolescenti crescono.
Riconoscere il ruolo della tecnologia non significa attribuire colpe, né adottare posizioni allarmistiche, ma recuperare una prospettiva evolutiva: lo sviluppo psicologico ha bisogno di tempo, corpo, relazione e frustrazione tollerabile. In assenza di questi elementi, anche le migliori risorse terapeutiche rischiano di intervenire troppo tardi.
“La generazione ansiosa” ci ricorda che la salute mentale non si costruisce solo nel setting clinico, ma anche – e soprattutto – nelle esperienze quotidiane che una società rende possibili o impossibili. Ripensare l’infanzia e l’adolescenza nell’era digitale è quindi una sfida culturale, educativa e clinica che non può più essere rimandata.
Ma quando inizia e finisce l’adolescenza?
Questa è una domanda che i genitori dei ragazzi che seguo mi pongono spesso. Questa domanda rispecchia la fantasia (e la speranza assolutamente legittima) che tutte le difficoltà dei figli derivino dall’”adolescenza”, fase della vita ormai vista come portatrice di guai, e che quindi finita tale fase finiranno anche i problemi.
Lavoro come psicologo e come psicoterapeuta a Palermo da molto tempo ormai. Sin dai tempi della tesi universitaria e del tirocinio post laurea mi sono occupato di adolescenti e post adolescenti, delle loro ansie, dei loro blocchi, dei loro attacchi di panico, delle loro difficoltà e delle loro paure. In questo breve articolo proverò a dare una risposta a questa domanda.
C’è un dato di grande interesse sull’inizio dei fenomeni psichici e biologici che caratterizzano il processo adolescenziale: la progressiva anticipazione della pubertà sia nei maschi che nelle femmine. Un’anticipazione che, negli ultimi cinquant’anni, è diventata consistente: il menarca compare prima nelle preadolescenti, così come i fenomeni che caratterizzano la preadolescenza maschile.
Alcuni elementi inducono a pensare che il cambiamento di sistema educativo tenda a generare, a livello affettivo, simbolico e relazionale, una fase di “pubertà psichica” che precede quella biologica. L’accorciamento dell’infanzia e l’anticipazione dell’ingresso nell’adolescenza fanno parte di quei fenomeni che spingono la cultura pedagogica, preoccupata dagli esiti dei modelli attuali, a parlare di “infanzia rubata” e di “adultizzazione precoce”, situazioni capaci di innescare una serie di rischi importanti e di disagi affettivi o relazionali. Così, in un mondo in cui i bimbi delle elementari di oggi posseggono caratteristiche di studenti di terza media di ieri, è diventato più difficile capire a quale età sia lecito praticare un certo tipo di relazione o usare determinati oggetti di consumo. L’anticipazione dei fenomeni della pubertà, connessa allo sviluppo precoce delle competenze sociali, crea un magma confuso di ragazzi, che in parte simulano e in parte incarnano la trasformazione bambino-figlio a soggetto sessuale, con notevoli aspirazioni di autonomia nella vita collettiva.
C’è inoltre un’altra questione destinata a riflettersi in modo importante sulla definizione di alcune caratteristiche specifiche: a quale età possiamo ritenere che si concluda l’adolescenza?
Si è diffusa l’opinione che oggi l’adolescenza si prolunghi nel tempo e che si spinga ben oltre il limite entro cui si riteneva dovesse o potesse concludersi. Questa ipotesi sembra confermata dal protrarsi della presenza dei figli all’interno delle famiglie. Ciò ha dato vita al fenomeno della “famiglia lunga”, che per almeno tre decenni contiene due generazioni (genitori e figli), con una tendenza a includere anche i nonni, ragion per cui a volte si viene a creare un assetto trigenerazionale. A riguardo, si verificano due fenomeni correlati: da un lato i figli, soprattutto i maschi, restano a vivere in famiglia anche dopo i trent’anni; dall’altro, aumentano le sofferenze psichiche, che sono facilmente riconducibili al proporsi continuo di problematiche e conflitti tipici della fase adolescenziale.
Molti dati, però inducono a credere che l’adolescenza non solo cominci ma finisca anche prima. E si può dire che, al termine delle scuole superiori, gli adolescenti di oggi terminino i propri compiti evolutivi entrando nella fase del “giovane adulto”. L’iscrizione di un numero enorme di individui in tale categoria rappresenta il fenomeno più importante avvenuto negli ultimi anni e forse anche il più preoccupante. Se l’inizio di tale fascia d’età corrisponde con la fine dell’adolescenza, la sua conclusione è difficile da definire. Ovviamente, il fatto di aver arruolato masse di giovani in questa dimensione sociale intermedia, inventata dalla cultura e priva di qualsiasi riferimento agli orologi biologici, espone a parecchi rischi i soggetti in questione, che non dispongono dei poteri degli adulti e non sono più capaci di vivere le esperienze adolescenziali.
Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo
Lavoro come psicologo e come psicoterapeuta a Palermo da molto tempo ormai, e questo mi da la fortuna di poter avere un vertice di osservazione particolare su certi fenomeni peculiari della nostra società. Sin dai tempi della tesi universitaria e del tirocinio post laurea mi sono occupato di adolescenti e post adolescenti, delle loro ansie, dei loro blocchi, dei loro attacchi di panico, delle loro difficoltà e delle loro paure. In questo articolo vorrei parlare di come i cosiddetti “riti di passaggio”, quei momenti, sanciti dalle società, che segnano appunto il passaggio da una condizione ad un’altra, in questo caso dalla condizione di adolescenti all’essere adulti, siano diventati più fluidi, si siano modificati alcuni, o scomparsi del tutto altri.
Ogni società non solo stabilisce un metodo per calcolare l’età, ma attribuisce alle diverse fasi della vita significati differenti, che implicano anche determinati stereotipi relativi allo sviluppo intellettuale, morale e sociale. Ci si aspetta che le persone cambino il loro comportamento e assumano di volta in volta un ruolo considerato consono al periodo del’esistenza che stanno vivendo. Così è previsto che un bambino non sia ancora a conoscenza delle regole sociali, che compia errori, che sia libero di divertirsi e che debba apprendere dagli adulti. Mentre da un giovane adolescente ci si attende un certo grado di trasgressione, di conflitto con i genitori, ma anche un progressivo avvicinamento al comportamento sociale ritenuto corretto.
Nella società contemporanea , potremmo dire che è la scuola a determinare la scansione delle prime fasce d’età. In genere, terminate le scuole elementari, non si è più “bambini”.
In tutte le società è importante evidenziare le differenze tra giovani e adulti, perché l’adolescenza, che è lo stato di transizione tra la condizione di bambino e quella di adulto, una sorta di migrazione interna dalla dimensione tranquilla e protetta dell’infanzia, totalmente dipendente dalla famiglia, verso una situazione di autonomia decisionale ed economica, nella quale si aprono nuovi e più impegnativi orizzonti, è una fase molto difficile e delicata, in cui l’individuo inizia a costruire la propria identità personale.
Affinché questo accada, occorre che la comunità, in cui si vive e si cresce, ponga limiti, fissi punti fermi. Si tratta, infatti, di una fase di rapida trasformazione biologica, in cui l’individuo inizia a prendere coscienza di se stesso e del fatto che deve decidere per conto suo. Mentre il bambino piccolo riporta tutto a se stesso e si costruisce un mondo a parte, a scala ridotta rispetto a quello dei grandi, l’adolescente si crea un programma di vita suo e, pur sentendosi diverso, si pone su un piano di eguaglianza rispetto agli adulti. Di qui nascono la tipica irrequietezza e la tendenza alla ribellione che caratterizzano questa fase della vita chiamata adolescenza.
Proprio perché si tratta di un momento di costruzione dell’identità, e qualunque identità si fonda e si erige sulla differenza, è quanto mai necessario che la comunità da un lato stabilisca in modo chiaro il confine tra il mondo dei giovani e quello degli adulti, e dall’altro ne “protegga” il passaggio, collocando segnali, punti di riferimento ben visibili. Le differenze devono essere ben chiare per entrambe le parti: bisogna porre limiti evidenti, netti, distinguere ciò che è lecito e giusto fare in una condizione e ciò che lo è in un’altra, portare gli individui ad assumersi determinate responsabilità e allo stesso tempo riconoscere i propri diritti.
In altri termini, l’adolescenza è l’età in cui si entra a fare parte, da protagonisti autonomi e indipendenti, della società.
Gli adolescenti di oggi non possono neppure immaginare quanto sia cambiato, in pochi decenni, il ruolo del padre all’interno della famiglia. Un tale cambiamento ha molto a che fare con la minore necessità di codificare a che età e in base al superamento di quali prove sia possibile per gli adolescenti avere accesso a un diverso livello di autonomia. Il potere del padre è stato ridistribuito tra le varie figure della famiglia e ai figli ne è toccata una parte significativa.
L’evanescenza del padre, o la sua assenza, si misurano anche e soprattutto dal disinteresse nei confronti della celebrazione di momenti di confronto all’interno della famiglia. Poco cambia che si tratti di conquistare il diritto a esplorare buona parte della notte in compagnia dei coetanei, di presentare il partner e quindi la sessualità nascente, o di discutere del denaro e dei mezzi con cui spostarsi: se tali cambiamenti avessero un peso simbolico maggiore, potrebbero scandire la crescita e aiutare i ragazzi a capire meglio la propria collocazione nella piramide della famiglia e della società.
Nel contesto attuale sono stati differiti due riti di passaggio, due appuntamenti cruciali: il matrimonio e la procreazione. Un tempo, il rito del fidanzamento costituiva un’evoluzione rispetto alla condizione precedente, nella quale la coppia era ancora “in prova”, perché nulla era stato ancora concordato e ufficialmente progettato. Il fidanzamento determinava un cambiamento radicale di ruolo che doveva essere festeggiato ma pure ampiamente pubblicizzato, poiché tutti dovevano sapere che due persone stavano per diventare marito e moglie, e trarne le conseguenze.
I giovani di oggi hanno cancellato questa “prova preliminare” forse perché pensano al matrimonio molto più in là nel tempo, dopo aver risolto altri problemi, prevalentemente di natura sociale e personale, come la formazione professionale, l’inserimento nel mondo del lavoro, l’acquisizione di una competenza che consenta di accumulare reddito e stabilizzare le disponibilità economiche.
Ma a parte le problematiche di ordine economico, anche l’amore sembra non aver più le caratteristiche oniriche del sentimento romantico, caratterizzato dall’estrema sottomissione ai bisogni e desideri del compagno idealizzato, padrone dell’anima e del corpo, legittimato a chiedere qualsiasi sacrificio, qualsiasi dimostrazione di devozione e fedeltà alla coppia.
L’amore di oggi è contraddistinto da una domanda: la coppia o il partner aiutano a crescere e a realizzare l’individuo? Nel caso in cui la risposta sia affermativa, il patto diventa importante, la fedeltà viene garantita, e un notevole livello di reciprocità può essere generosamente erogato, attraverso processi di identificazione con le ragioni dell’altro. Il quale a sua volta, per sentirsi amato e continuare ad amare, ha bisogno di appurare che il partner sia in grado di capire e legittimare le sue esigenze evolutive. Nasce così un sentimento che ha gli aspetti formali, il galateo e lo statuto affettivo dell’amore narcisistico.
La coppia narcisistica così realizza una delle più diffuse aspirazioni adolescenziali: mangiare e dormire col partner e non con i genitori e i nonni. La coppia narcisistica convive, incontra il resto della compagnia, fa tutto insieme. Ma può succedere che gli impegni evolutivi portino i componenti a doversi assentare, per esempio per andare all’estero o per rispettare promesse fatte agli amici. Il “contratto” alla base di una relazione simile prevede che non vi siano sacrifici relativi alle attività e agli interessi individuali, i quali devono solo essere rispettati e legittimati ma anche, per così dire, amati, poiché rappresentano gli strumenti attraverso cui il partner realizza il proprio sogno e cerca se stesso.
Ecco i motivi per cui i momenti di passaggio sono diventati molto fluidi. Si avverte meno la necessità di ritualizzare e segmentare ciò che è stato liberato, in fondo da poco tempo, da progetti esterni al soggetto.
Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo
“La pelle è il confine col mondo, il corpo è l’unica cosa sulla quale un adolescente – in quella fase della vita – sente di avere un potere, e quel potere lo affascina”.
Tagliare, incidere, ferire la pelle, gambe e braccia con lamette, coltelli affilati, temperini, punte di vetro, lattine usate: è il cutting, una forma di autolesionismo che comprende una vasta gamma di comportamenti tra cui soprattutto il taglio, ma anche piccole ustioni, graffi ed ematomi e che comincia a diventare un fenomeno corposo in Italia tra i ragazzi di età compresa tra i 12 e i 18 anni.
Il 70 per cento sono ragazzine dai 12 ai 14 anni, che nella maggioranza dei casi scelgono di ferirsi le braccia con la lametta. Il 19 per cento, uno su cinque, riesce a smettere di tagliarsi, ma solo grazie al supporto di uno psicoterapeuta.
Non c’è un’unica spiegazione che renda conto dei motivi per cui una persona può decidere di tagliarsi. Se alcuni ragazzi e ragazze si tagliano, è per controllare e interrompere, in modo indiretto, un dolore mentale troppo forte, un’angoscia troppo intensa e insostenibile: preferiscono soffrire nel corpo che psicologicamente, preferiscono il dolore fisico al dolore mentale e fanno in modo che il dolore fisico prenda il posto di quello mentale. Le ferite inflitte al corpo sono un mezzo estremo con cui lottare contro la sofferenza psicologica.
Per altri adolescenti tagliarsi è un modo per percepire di esistere ed essere vivi: meglio un dolore fisico che non sentire niente o sentirsi vuoti e inutili.
Tagliarsi dà l’illusione di un sollievo, a volte addirittura euforia, come se dai tagli fuoriuscissero finalmente le emozioni che non si riescono a tollerare dentro di sé: la disperazione, la tristezza, il sentirsi rifiutati, la solitudine e soprattutto la rabbia verso qualcun altro da cui si sente di dipendere e che si teme si allontani. È una rabbia che diventa odio contro se stessi e la propria incapacità nel gestire una data situazione.
La ferita crea un rifugio provvisorio, che consente all’individuo di riprendere fiato: […] serve a scaricare una tensione, un’angoscia che non lascia più alcuna scelta, nessun’altra risorsa – e di cui l’individuo deve potersi liberare.
Tagliarsi, ma anche bruciarsi con le sigarette (burning) o marchiarsi a fuoco la pelle con un laser o un ferro rovente (branding) o grattarsi sino a farsi uscire il sangue, permette, in assenza di strategie più mature e funzionali, di ristabilire un equilibrio, di ricollocarsi nella propria vita, di esprimere la propria indipendenza affettiva dai genitori o una sfida nei confronti delle regole che questi ultimi vogliono imporre.
I segni e le cicatrici lasciati da questi gesti autodistruttivi racchiudono una sofferenza per la quale la persona non ha ancora trovato parole per raccontarla e spiegarla.
Cutting, burning e branding sono comportamenti particolarmente frequenti durante l’adolescenza. E questo non è un caso, se teniamo presente che il corpo che cambia, amato e al tempo stesso rifiutato, il corpo dove nasce il desiderio sessuale e in cui si radica l’identità è il terreno di battaglia di ogni adolescente, di ogni ragazzo e ragazza.
Con il tagliarsi, l’adolescente cerca una disperata via d’uscita dalla fatica per lui insostenibile della crescita, dal senso di fallimento per il non sentirsi in grado di farcela a diventare grande.
Chi decide di tagliarsi lo fa di solito di nascosto e cerca di mantenere il segreto su questo comportamento. Eventuali indicatori dell’esistenza di comportamenti di cutting, burning o branding possono essere:
Il DSM-V (APA; 2013) considera l’autolesività non suicidaria come categoria diagnostica a sé stante. I criteri per la diagnosi di autolesionismo proposti nel manuale sono i seguenti:
Nell’ultimo anno, in cinque o più giorni, l’individuo si è intenzionalmente inflitto danni di qualche tipo alla superficie corporea in grado di indurre sanguinamento, lividi o dolore (per es. tagliandosi, bruciandosi, accoltellandosi, colpendosi, strofinandosi eccessivamente), con l’aspettativa che la ferita porti a danni fisici soltanto lievi o moderati (non c’è intenzionalità suicidaria).
L’individuo è coinvolto in condotte autolesive con una o più delle seguenti aspettative:
L’autolesività intenzionale (le condotte autolesive)è associata ad almeno uno dei seguenti sintomi:
Nel DSM-V (APA, 2013) l’autolesionismo è stato inserito come categoria diagnostica a sé stante; ciò non significa che i comportamenti autolesivi siano riconducibili ad un’unica modalità di auto-danneggiamento. L’identificazione delle diverse forme che il disturbo può assumere risulta utile per fare chiarezza e facilita un intervento tempestivo.
Ciò che in letteratura è definito ‘deliberate self harm’ – in italiano ‘auto-danneggiamento intenzionale’- comprende un ventaglio di comportamenti patologici, riconducibili a tre categorie principali:
Già negli anni Novanta le ricerche condotte da Favazza e colleghi hanno reso possibile una prima classificazione delle condotte autolesive. Favazza e Rosenthal (1993) hanno identificato diverse tipologie di autolesionismo sulla base del grado di danneggiamento dei tessuti e dei pattern comportamentali.
L’autolesionismo moderato è definito compulsivo quando si declina in comportamenti quotidiani, come la tricotillomania (tirarsi i capelli) o l’onicofagia (mangiarsi le unghie); si tratta di una forma di discontrollo degli impulsi.
Episodico è invece un tentativo di riacquisire un senso di controllo e padronanza di fronte a emozioni e pensieri intollerabili, mettendo in atto comportamenti autolesivi come tagliarsi, bruciarsi o colpirsi.
Ripetitivo, infine, è una dipendenza dal comportamento autolesivo, che può diventare identitario (Es. ‘sono un cutter’).
Il quadro delineato mostra chiaramente che il termine autolesionismo è un’etichetta diagnostica che racchiude comportamenti e vissuti anche piuttosto diversi tra loro. Nell’indagare le cause di tali gesti è quindi opportuno cercare di tracciare un quadro variegato, evitando semplificazioni fuorvianti.
L’autolesionismo può costituire una strategia di coping e regolazione emotiva: di fronte allo stato emotivo indesiderato e vissuto come intollerabile, il soggetto si ferisce cercando di ripristinare uno stato tollerabile. Si potrebbe dire che la messa in atto di comportamenti autolesivi sia un tramutare in sofferenza fisica (quindi più reale e più facilmente gestibile) una sofferenza emozionale che non si sa come gestire: per un po’ ci si occupa solo del dolore fisico, distogliendosi temporaneamente da quello interiore (Chapman et al., 2006; Klonsky, 2007; Kamphuis et al., 2007). In questo senso l’autolesionismo sembra assumere la valenza di una strategia disadattava di coping (nozione proposta da Favazza, 1998).
Una seconda funzione dell’autolesionismo è la punizione autoinflitta: sembra infatti che, per alcuni soggetti, tra l’autocriticismo e i comportamenti di autodanneggiamento esista una relazione causale (Nock et al., 2008; Hooley & St Germain, 2013).
Infine, l’autolesionismo può costituire una forma di comunicazione del proprio disagio. Attraverso le ferite, infatti, la propria sofferenza appare evidente agli occhi degli altri.
G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo
In un articolo precedente ho scritto delle implicazioni psicosociali nei pazienti affetti da tumore. Con questo articolo vorrei aggiungere un tassello al mosaico, parlando di un aspetto altrettanto importante quando si parla di cancro: la famiglia.
Se la persona colpita dalla malattia rappresenta il protagonista principale, la famiglia assume un ruolo altrettanto significativo. Di fatto, la stessa comprensione delle reazioni emozionali del paziente è resa più completa dall’analisi delle reazioni della famiglia nel suo insieme, in quanto sistema primario di supporto. Il cancro è da considerarsi un evento traumatico familiare, una malattia familiare che minaccia l’unità della famiglia e che crea cambiamenti importanti nella sua struttura e nel suo funzionamento.
Il momento della diagnosi è certamente un evento estremamente traumatico per la famiglia che, parallelamente al proprio congiunto ammalato, sperimenta reazioni fisiologiche acute caratterizzate da shock, con sentimenti di angoscia paralizzante, di rabbia, di stupore incredulo. Momenti di negazione e rifiuto di quanto sta accadendo si intrecciano a momenti di disperazione, in cui prevalgono sentimenti di ineluttabilità, separazione e perdita per il proprio congiunto, vissuto come “destinato a morire”. A queste reazioni fanno seguito risposte di elaborazione finalizzate all’adattamento e all’accettazione dell’inevitabilità degli eventi. In questo periodo la famiglia può manifestare stili difensivi diversi. Meccanismi di modellamento o occultamento della verità, determinati dal bisogno di mantenere l’equilibrio proprio e del paziente possono alternarsi o associarsi a meccanismi di ipercoinvolgimento, a sentimenti di ansia marcata e a modalità iperprotettive nei confronti del proprio congiunto, talvolta con ricerca di cure e terapie miracolose. In altre circostanze possono prevalere atteggiamenti di distanziamento, in cui meccanismi di isolamento e allontanamento della persona ammalata si configurano in una evidente delega di tutto quanto concerne la malattia a luoghi e persone all’esterno della famiglia. La fase di accettazione di quanto è accaduto può determinare il superamento delle difficoltà collegate alla malattia e il progressivo riadattamento delle modalità comunicative e delle dinamiche intra-familiari, con il raggiungimento di un nuovo equilibrio. Ciò è particolarmente evidente nelle situazioni in cui la patologia neoplastica esita in una guarigione clinica, con scomparsa della malattia e lunga sopravvivenza della persona. In molti casi, tuttavia, l’effetto dirompente del cancro mette in evidenza problematiche familiari gravi e precedenti la malattia, che provocano la disorganizzazione della famiglia stessa.
La relazione coniugale viene colpita in maniera marcata dalla malattia. Difficoltà a parlare della malattia (negata, nascosta, taciuta) o, qualora si sia potuto nominare il cancro, della paura della malattia (la sensazione della sua continua presenza, il timore della sua ricomparsa) sono elementi immediatamente visibili nella relazione con la famiglia. In altri casi, specie nelle relazioni in cui vi sia un buon livello di comunicazione, la malattia può essere vissuta come un nemico estraneo verso il quale unirsi per combatterlo e sconfiggerlo. Gli atteggiamenti del coniuge sano tendono in genere a modificarsi assumendo contorni caratterizzati da aumento del calore affettivo e diminuzione della critica e dell’ostilità, al fine di sostenere il coniuge malato. È chiaro che anche la gravità della situazione fisica del paziente, con il notevole carico che comporta per chi gli sta accanto, si pone come importante elemento nel determinare situazioni di esaurimento emotivo della coppia. Inoltre, differenze sono presenti se ad essere colpito è il marito piuttosto che la moglie, essendo stato riportato come in quest’ultimo caso il livello di disagio e sofferenza psicologica sia maggiore. Benché sia difficile generalizzare, alcune delle modalità di reazione della coppia rispetto alla diagnosi di cancro di uno dei suoi membri possono essere le seguenti:
Anche alla reazione emozionale dei figli di un genitore che si ammala di tumore è stata per lungo tempo prestata poca attenzione. È frequente infatti che i figli, specie se in età infantile o adolescenziale, vengano estromessi da quanto sta accadendo nella convinzione che essi non capirebbero, che è meglio non farli soffrire o che non sono sufficientemente autonomi. Che i figli risentano in maniera notevole della malattia di un genitore è evidente. Circa un terzo dei bambini reagisce mettendo in evidenza disturbi del comportamento a scuola, difficoltà del sonno e disturbi dell’alimentazione, difficoltà di relazione coi compagni e a volte comparsa di atteggiamenti aggressivi. Queste reazioni tendono ad essere maggiormente evidenti quando la malattia del genitore ha una lunga durata, quando l’adattamento del genitore è scarso e quando il figlio ha ricevuto poche informazioni rispetto agli eventi. È chiaro che l’età del proprio figlio, e quindi la fase di sviluppo psicologico raggiunta, assume importanza nella reazione che questi manifesta verso la malattia del proprio genitore. Nei bambini molto piccoli è chiaro che la comprensione di quanto può accadere al papà o alla mamma è molto scarsa. Quando il bambino è un po’ più grande (tra i 3 e i 10 anni) la percezione del pericolo della malattia è maggiore. Vengono registrati in questa età sentimenti di solitudine, separazione e perdita, stati di ansia e depressione, associati a idee di colpa legate alla percezione di un proprio ruolo nell’aver fatto ammalare il genitore. Nei bambini in età pre-adolescenziale (10-13 anni) le risposte possono essere assai diverse con tentativi di auto-responsabilizzazione per tamponare le angosce legate alla percezione di insicurezza e fragilità della famiglia, mista a sentimenti di rabbia per la perdita del sostegno familiare, necessario invece in quell’età per la propria sicurezza. In età adolescenziale (13-18 anni), emergono sentimenti di ambivalenza connessi al conflitto tra i propri bisogni di autonomia, indipendenza e separazione, e i sentimenti di colpa legati a non voler rinunciare alla libertà ma a dover al contempo sostenere il gruppo familiare in crisi.
Nella fase avanzata, le reazioni emozionali della famiglia raggiungono il loro livello di maggior intensità. La consapevolezza di aver esaurito gli strumenti terapeutici, l’aggravamento continuo delle condizioni fisiche del proprio congiunto e la consapevolezza dell’ineluttabilità del percorso verso la morte determinano un livello di sofferenza elevato per la famiglia. L’assistenza a quest’ultima in questa fase rappresenta un compito assai difficile per il medico e per tutte le figure professionali coinvolte nell’equipe di medicina palliativa. Una difficoltà nasce dal conflitto di ruolo con cui la famiglia si confronta. La famiglia si pone infatti al contempo sia come “soggetto” di cura, data la funzione di supporto primario per il proprio congiunto ammalato e di strumento co-terapeutico che affianca l’equipe assistenziale, sia come “oggetto” di cura, data la necessità che i bisogni della famiglia siano ascoltati e soddisfatti.
Le reazioni emozionali della famiglia alla fase avanzata di malattia sono spesso inquadrate nel concetto di lutto anticipatorio, un momento importante per la famiglia che si confronta con l’imminenza della perdita del proprio caro. Il lutto anticipatorio non rappresenta una fase anticipata del processo del lutto (poiché di fatto la perdita non è ancora avvenuta), e non sta a significare, nemmeno, che il processo di lutto vero e proprio sarà in seguito facilitato. Nel processo di lutto anticipatorio i sentimenti di depressione sono meno presenti e meno intensi rispetto a quanto accade nel lutto propriamente detto, mentre prevalgono sentimenti di ansia e angoscia di separazione.
In ogni caso, l’attenzione e la giusta comprensione delle reazioni emozionali, degli atteggiamenti e dei comportamenti che i familiari mettono in atto come preparazione alla perdita risultano estremamente importanti nell’assistenza in fase avanzata di malattia. Le reazioni emotive possono oscillare tra sentimenti di paura di non sentirsi all’altezza di ciò che sta per accadere, o di non sentirsi competenti riguardo procedure tecniche e pratiche terapeutiche. Sentimenti di colpa possono presentarsi come reazione al pensiero di non essere stati o di non essere sufficientemente presenti nella condizione di maggior bisogno, o colpa per aver provato rabbia verso il proprio congiunto o di aver desiderato in maniera “egoistica” che “tutto finisse in tempi rapidi”. Sentimenti di tristezza legati alla perdita della propria identità familiare (“non sarà più come prima”) si associano a sentimenti di vuoto, inutilità e di impotenza. Altrettanto frequente è la rabbia, indirizzata verso persone o situazioni (il mondo, dio, il medico,i familiari assenti, gli amici che si ritraggono, il paziente stesso che ci sta per lasciare) e proiettata in senso impersonale all’esterno (il destino, lo stile di vita, lo stato, le istituzioni). Reazioni indicanti meccanismi di minimizzazione o negazione (“forse c’è stato qualche errore negli esami”, “mi pare che le cose vadano meglio, forse non è grave come sembra”) possono essere presenti come modalità per difendersi dall’angoscia e proteggersi da quanto non si vorrebbe avvenisse.
Il lutto rappresenta per la famiglia il momento ultimo del percorso della malattia: mentre nel lutto anticipatorio le perdite riguardavano livelli molteplici ma non quello definitivo della vita, il lutto implica la necessità dell’elaborazione della mutilazione causata dalla morte del proprio caro. Vi riguardo a questo articolo sul lutto per un’analisi più approfondita su questo evento.
Articolo tratto da: Biondi, Grassi, Costantini: Manuale pratico di psico-oncologia. - Il Pensiero Scientifico Editore.
G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo
Sono anni ormai che si parla di sexting (crasi dei termini inglesi sex e texting), la pratica di inviare o postare messaggi di testo e immagini a sfondo sessuale, come foto di nudo o semi-nudo, inizialmente via cellulare o tramite Internet, oggi sempre più attraverso app e/o social network. Un esempio pratico sono quelle situazioni in cui gli adolescenti producono e condividono in maniera consensuale immagini “sexy” di se stessi, spesso tra fidanzati/e, utilizzando lo smartphone che possiedono ormai in età sempre più precoce.
Secondo uno studio commissionato nel 2009 dal Center di Washington, il sexting può essere suddiviso nelle seguenti tipologie:
Il sexting, divenuto rapidamente una vera e propria moda fra i giovani soprattutto occidentali, consiste principalmente nello scambio di messaggi sessualmente espliciti e di foto e video a sfondo sessuale, spesso realizzate con il telefono cellulare, o nella pubblicazione tramite via telematica, attraverso canali come chat, social network, internet e varie app. Tali immagini, anche se inviate in origine a una ristretta cerchia di persone, in seguito si possono diffondere in modo incontrollabile e creare problemi seri alla persona ritratta.
È un fenomeno comune tra gli/le adolescenti che oggi, data la disponibilità delle nuove tecnologie, vivono in maniera inedita la fase di scoperta della propria identità e, in particolare, della propria sessualità. Il fenomeno si verifica più frequentemente tra i ragazzi delle scuole superiori e proprio per questo è importante la prevenzione durante gli anni della scuola secondaria di primo grado. Dare/diffondere un’immagine “provocante” di se stessi può rappresentare un “regalo” molto intimo o divertente per un fidanzato o una fidanzata; può anche rappresentare un modo per dimostrarsi “adulti” o “più maturi” non solo agli occhi degli altri, ma anche verso se stessi e può aiutare per gestire, a livello inconsapevole, le tante insicurezze tipiche dell’età adolescenziale.
Se non c’è da scandalizzarsi, c’è comunque da ricordare l’importanza di un’attenzione educativa alle relazioni tra i generi, al rispetto dell’altro, all’educazione affettiva e sentimentale. Perché spesso il sexting diventa un problema: il materiale che doveva rimanere privato comincia invece a girare e diventa oggetto pubblico, configurando una dinamica fin troppo nota: uno dei due può tradire la fiducia e la cassa di risonanza fornita da Internet crea un pubblico che alimenta la “vittimizzazione” di colui o colei le cui immagini sono state rese pubbliche senza il proprio consenso.
L’utilizzo delle nuove tecnologie e l’impatto che quest’uso ha nella modalità in cui il fenomeno si manifesta e nelle conseguenze che alcuni comportamenti possono avere nella vita degli adolescenti coinvolti, pone una serie di problemi che riguardano:
È importante sapere inoltre che si può infrangere la legge. Far girare foto del genere, al di fuori dello scambio consensuale e privato, anche tra minori, può essere considerato diffusione di immagini pedo-pornografiche Con la LEGGE 1 ottobre 2012, n. 172 è stata ratificata la Convenzione di Lanzarote sullo sfruttamento e l’abuso sessuale dei minori, in particolare si definisce: Articolo 20.2 - Reati relativi alla pornografia infantile, 2. Ai fini del presente articolo, l'espressione "pornografia infantile" definisce ogni tipo di materiale che rappresenta visivamente un bambino che si dà ad un comportamento sessualmente esplicito, reale o simulato, o qualsiasi rappresentazione degli organi sessuali di un bambino per scopi essenzialmente sessuali.
Le dinamiche di sexting si contraddistinguono per alcune caratteristiche ricorrenti:
Spesso, infatti, i cambiamenti comportamentali sono aspecifici, ovvero possono essere il risultato di differenti problematiche; è però fondamentale essere osservatori attenti per poter aiutare il prima possibile un bambino o un adolescente che si trovi ad esperire una situazione di difficoltà in Rete, qualunque essa sia.
G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo
A partire dagli anni 2000, con l'avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo.
Rispetto al bullismo tradizionale nella vita reale, il cyberbullismo avviene su internet talvolta causando danni violenti. Vediamo le differenze principali tra i due fenomeni:
Come nel bullismo tradizionale, però, il prevaricatore vuole prendere di mira chi è ritenuto "diverso", solitamente per aspetto estetico, timidezza, orientamento sessuale o politico, abbigliamento ritenuto non convenzionale e così via. Gli esiti di tali molestie sono, com'è possibile immaginarsi a fronte di tale stigma, l'erosione di qualsivoglia volontà di aggregazione e il conseguente isolamento, implicando esso a sua volta danni psicologici non indifferenti, come la depressione o, nei casi peggiori, ideazioni e intenzioni suicidarie. Spesso i molestatori, soprattutto se giovani, non si rendono effettivamente conto di quanto ciò possa nuocere all'altrui persona. Il fenomeno del cyberbullismo si può considerare strettamente correlato a quello dei cosiddetti "leoni da tastiera".
Esistono vari tipi di cyberbullismo:
Da una recente ricerca, emerge che il 35% dei ragazzi intervistati è stato vittima di cyberbullismo, ma solo 1 su 2 ha avvisato i genitori (Telefono Azzurro e DoxaKids, 2017). Quando i ragazzi non ne parlano direttamente, per accorgersene lo strumento più importante è il rapporto che si è costruito con loro. Se è buono, è più probabile che siano loro a raccontare ad un adulto di fiducia cosa sta accadendo. Altrimenti ecco alcuni segnali:
G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo
Il bullismo è una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l'atto in questione come bersagli facili e/o incapaci di difendersi. L'accezione è principalmente utilizzata per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell'ambito delle forze armate.
Il bullismo, a differenza del vandalismo e del teppismo, si presenta come una forma di violenza antitetica a quelle rivolte contro le istituzioni e i loro simboli (docenti o strutture scolastiche): queste ultime sarebbero esogene, dove il bullismo è, invece, endogeno, inoltre è da sottolineare come quasi sempre, in particolare nei casi di ostracismo, l'intera classe di attendenti tende ad essere coinvolta nel bullismo, attivo o passivo, rivolto verso le vittime del gruppo, tramite meccanismi di consenso, più o meno consapevole, non solo nel timore di diventare nuove vittime dei bulli, o per mettersi in evidenza nei loro confronti, ma perché questi spesso riescono ad esprimere la cultura identitaria del gruppo, sia pur in negativo, attraverso la designazione della vittima quale capro espiatorio.
Generalmente, il ciclo può includere sia atti di aggressione sia atti di reazione a disposizione dell'eventuale vittima che sono interpretati come stimolanti da parte del bullo. Il ciclo si basa essenzialmente sulla capacità di avere sempre degli stimoli che possano motivare l'aggressore a porre in essere i propri propositi deviati, a volte reiterati nel lungo termine per mesi, anni o per tutta la vita. Allo stesso tempo il ciclo può essere subito interrotto al suo nascere, o durante la sua progressione, se viene a mancare o l'atto abusivo o la risposta della vittima.
Mentre il coinvolgimento sociale può sembrare complicato per comprendere l'attività bullistica, lo stimolo che più frequentemente è implicato nella riattivazione del ciclo è la sottomissione. Nel momento di percezione dello stimolo, l'istigatore tenta di ottenere un riconoscimento pubblico per ciò che andrà a compiere, come dire: «vedetemi e temetemi, sono così forte che ho il potere di incutere timore verso qualsiasi persona ed in qualsiasi momento senza pagare alcuna conseguenza per le mie azioni!».
Nel momento in cui la vittima dimostra di possedere delle tendenze passive o comunque che la inibiscono di reagire, allora il ciclo continuerà a riattivarsi. Nei casi in cui il ciclo non si è stabilito ancora, la vittima potrebbe rispondere in modo che qualsiasi tentativo da parte dell'aggressore non avrebbe alcun effetto. All'uopo, le istituzioni possono inibire o rafforzare il bullismo, ad es., colpevolizzando le vittime ed inducendole a risolvere da soli i propri problemi.
Il bullismo si basa su tre principi:
Vale a dire un'azione intenzionale eseguita al fine di arrecare danno alla vittima, continuata nei confronti di un particolare compagno, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l'azione e chi la subisce (ad esempio per la mancanza di una tecnica di autodifesa). Il bullismo, quindi, presuppone la condivisione del medesimo contesto deviante.
Esistono diversi tipi di bullismo, che si dividono principalmente in bullismo diretto e bullismo indiretto.
Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e a sua volta può essere catalogato come:
Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo soprattutto del bullismo psicologico e quindi con pettegolezzi e calunnie sul suo conto.
Nelle azioni di bullismo vero e proprio si riscontrano quasi sempre i seguenti ruoli:
Una prima distinzione è in base al sesso del bullo: i bulli maschi sono maggiormente inclini al bullismo diretto, mentre le femmine a quello indiretto. I maschi in particolare, tendono maggiormente all'approccio di forza, mentre le femmine preferiscono la mormorazione. Per quanto riguarda invece l'età in cui si riscontra questo fenomeno, si hanno due diversi periodi. Il primo tra i 8 e i 14 anni di età, mentre il secondo tra i 14 e i 18, ma negli ultimi anni si sono riscontrati fenomeni di bullismo anche tra i ragazzi di 11 anni e anche di meno.
Una quarta figura è rappresentata dall'"attendente o spettatore" che partecipa all'evento senza prendervi parte attivamente. Il bullismo, quindi, varia da un semplice rapporto diadico ad una gerarchia di bulli che si circuiscono a vicenda.
Gli effetti del bullismo possono essere gravi e permanenti. Il collegamento tra bullismo e violenza ha attirato un'attenzione notevole dopo il massacro della Columbine High School nel 1999. Due ragazzi armati di fucili e mitragliatori uccisero 13 studenti e ne ferirono altri 24 per poi suicidarsi. Un anno dopo un rapporto ufficiale della CIA ha messo in luce ben 37 tentativi pianificati da altrettanti ragazzi in diverse scuole statunitensi, per i quali il bullismo aveva giocato un ruolo chiave in almeno due terzi dei casi.
Si stima che circa il 60-80% del totale del bullismo a scuola, stia evolvendo verso forme inattese in senso stragistico e terroristico. Molti criminologi, ad esempio, si sono soffermati sull'incapacità della folla di reagire ad atti di violenza compiuti in pubblico, a causa del declino della sensibilità emotiva che può essere attribuito al bullismo. Quando, infatti, una persona veste i panni di bullo, assume anche uno status che lo rende meno sensibile al dolore, fino al punto che anche gli attendenti iniziano ad accettare la violenza come un evento socialmente conveniente. A tal proposito l'Anti-Bullying Centre at Trinity College di Dublino è intenta ad approfondire le conseguenze del bullismo sugli aggressori stessi, sia minorenni che adulti, i quali sono più soggetti a soffrire di una serie di disturbi quali depressione, ansia, deficit di autostima, alcolismo, autolesionismo ed altre dipendenze.
G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo
I temi affrontati in queste due stagioni sono molteplici, attuali e alcuni tratti dalla realtà. La seconda stagione di Serie tv Tredici (seconda stagione) in particolare ha delle scene talmente violente, esplicite e controverse, che molte persone si sono chieste se fosse realmente necessario includerle in una serie per adolescenti. Gli sceneggiatori si sono giustificati sostenendo che hanno sviluppato le storie con l’aiuto di esperti e, di fatto, varie trame della seconda stagione si basano su vicende realmente accadute. L’obiettivo dei creatori di Tredici era proprio questo, ovvero dimostrare che ci sono situazioni apparentemente surreali ma che fin troppo spesso hanno riscontro nella realtà. Ed è proprio la sensazione che si sta assistendo a qualcosa di surreale che mi ha accompagnato durante la visione della serie. Ma questa sensazione non è altro che una difesa da un pensiero che genera angoscia: queste cose esistono, sono fin troppo reali. Non assistiamo a supereroi che volano e lottano contro creature aliene, non assistiamo ad una banda di nani ed elfi alla ricerca di un anello che porrà fine a tutti i mali del mondo; nello schermo si susseguono le vicende di un gruppo di adolescenti che fa i conti con le difficoltà legate a questa particolare fase di vita: il sentirsi accettati dal gruppo dei pari, la possibilità di fidarsi delle amicizie, la scoperta della sessualità e della propria identità, il rapporto con i genitori, il rapporto con le autorità dell’istituzione scuola, la modalità di gestire e superare il dolore e l’ansia, la paura di essere brutti, il sentirsi fragili dentro e il doversi mostrare spavaldi fuori.
Uno dei personaggi più controversi a mio avviso è Tyler, il ragazzo timido e introverso appassionato di fotografia. Non ha amici se non la sua macchina fotografica, che porta sempre con sé e che usa per immortalare tutti gli eventi scolastici, ufficiali e non. La sua mania per le fotografie lo porta a essere poco apprezzato dai compagni, che si infastidiscono non appena lo vedono. Spesso è preso di mira da parte dei bulli della scuola, e Hanna gli dedica una cassetta a causa di alcune foto scattate di nascosto e poi fatte circolare in cui si vede Hanna baciarsi con un’altra ragazza. Nella seconda stagione Tyler fa un’evoluzione importante. Stringe amicizia con Cyrus, un ragazzo punk con idee ben precise sul sistema e su come sovvertirlo. Questa amicizia si rivela malsana per entrambi i ragazzi: iniziano a compiere atti vandalici ai danni del gruppo dei bulli della scuola, imparano a usare le armi (ricordiamoci che la serie è ambientata in America, un paese dove le armi vengono vendute nei supermercati), si mettono nei guai più di una volta. Tyler è felice, finalmente ha stretto amicizia, ha trovato un gruppo che lo accetta, ha trovato un amico. Ma una serie di eventi porta la situazione a precipitare: dopo aver litigato con Cyrus, ma soprattutto dopo aver subito violenze in un bagno (tre ragazzi lo violentano con un bastone di scopa), la psiche del ragazzo crolla definitivamente. Personalmente ogni volta che vedevo Tyler, durante la visione della serie, avevo in mente la canzone “Jeremy” dei Pearl Jam. E non avevo tanto torto visto che Tyler alla fine della seconda stagione decide di fare una strage durante il “ballo di primavera” della scuola, presentandosi a scuola armato come un militare in guerra. Sarà Clay a farlo ragionare e a fermarlo. Le vicende di Tyler, pur sembrando surreali, prendono spunto purtroppo da fatti di cronaca realmente accaduti; sia la violenza subita nei bagni della scuola (in una scuola del Tennessee nell’ottobre del 2017, cinque ragazzi tentarono di violentare un coetaneo con un palo di metallo), sia il percorso verso la follia che richiama molto al massacro della Columbine High School avvenuto nel 1999 (Infatti, uno stralcio di dialogo dell’ultimo episodio è preso interamente dall’attacco reale. Tyler dice a Clay: “Vattene da qui. Vattene a casa”. Eric Harris, uno degli assassini, vide uno dei suoi amici prima di entrare nel famoso liceo e gli disse queste esatte parole. La destrezza nel costruire bombe casalinghe o le magliette che vediamo indossare ad entrambi sono anch’esse citazioni a Harris e al suo compagno Dylan Klebold). Il legame tra bullismo e reazioni violente contro la scuola ha cominciato ad attrarre sempre più attenzioni in seguito al massacro alla Columbine del 1999. Entrambi gli autori della strage erano considerati ragazzi dotati, che a quanto pare erano stati vittime di atti di bullismo per anni.
G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo
Qualche giorno fa ho terminato di guardare la seconda stagione della tanto discussa quanto acclamata serie tv Tredici. Non avevo grandi aspettative, personalmente credo che difficilmente le seconde stagioni riescano a eguagliare il successo delle prime, soprattutto quando le prime stagioni sono basate su un libro di successo. Ma non sono qui per discutere su quanto sia bella o brutta la seconda stagione di Tredici, più semplicemente vorrei utilizzare la serie come spunto per poter riflettere su alcuni temi purtroppo molto attuali.
Tredici (13 Reasons Why, reso graficamente TH1RTEEN R3ASONS WHY) ruota attorno alle vicende che seguono il suicidio dell'adolescente Hannah Baker, la quale ha registrato i tredici motivi che l'hanno spinta a suicidarsi. La Liberty High School, liceo di una piccola cittadina americana, è sconvolta dal recente suicidio della studentessa, tagliatasi le vene qualche settimana prima. Clay Jensen, anch'esso studente della Liberty High, tornando a casa trova una scatola sulla veranda al cui interno ci sono sette cassette registrate dalla stessa Hannah, in cui spiega le tredici ragioni che l'hanno spinta a togliersi la vita. Clay capisce così di avere a che fare con questa storia e inizia l'ascolto dei nastri. Lo spettatore è catapultato all’interno di una scuola superiore americana, dove si intrecciano le vite di un gruppo di adolescenti che, in un modo o in un altro, provano a “sopravvivere” giorno dopo giorno.
Devo dare per scontato che chi sta leggendo abbia già visto entrambe le stagioni, perché la trama è complessa, i personaggi sono così tanti che descriverli tutti mi porterebbe lontano dalle intenzioni con cui sto scrivendo queste pagine. Se ancora non avete visto Tredici affrettatevi a farlo, perché bella o brutta che sia penso che sia una serie da vedere. Va vista per le emozioni che suscita, per i contenuti estremamente reali (anche se a volte possono apparire esagerati), per lo sguardo che pone al dolore adolescenziale e per le modalità con cui questo dolore viene espresso in questa epoca, dolore che non coinvolge solo gli adolescenti ma tutta la comunità.
Non solo Tredici è una serie che va vista, ma va vista “insieme”, non nel senso del binge watching (termine con cui si indica l'atto del binge-watch ossia il guardare programmi televisivi per un periodo di tempo superiore al consueto, particolarmente l'usufruire della visione di diversi episodi consecutivamente, senza soste), ma nel senso che, a mio avviso, andrebbe vista da genitori e figli adolescenti (o pre-adolescenti) insieme, perché la visione di questa serie può diventare una grande occasione di confronto tra due generazioni, apparentemente lontane tra loro, su tematiche importanti quali il suicidio, il bullismo, il cyber bullismo, il sexting, la pornografia, il sesso, la dipendenza, l’uso di alcool, i contenuti violenti dei videogame, le relazioni tra genitori e figli, il cutting e molti altri ancora. Un piccolo consiglio per i genitori: guardatela prima voi, e poi guardatela una seconda volta con i vostri figli: sarete più preparati ad affrontare certi argomenti. E questi argomenti vanno sicuramente affrontati, in quanto le narrazioni aiutano i ragazzi a configurare e mostrare i loro bisogni profondi, dato che, alla loro età, sono disposti a parlare di sé agli adulti solo indirettamente. Conoscere il libro, la canzone, il film, e appunto la serie tv, preferiti di un adolescente è essenziale per cogliere la direzione del suo sguardo. Conoscere le narrazioni con cui si identificano è essenziale. La letteratura è un lusso ma la narrativa è una necessità. Le serie tv sono un banchetto per la fame di storie, che ci caratterizza e va oltre la mera necessità di allentare la tensione del duro vivere quotidiano. Vale soprattutto per gli adolescenti, per i quali le narrazioni sono veri e propri saggi di identità personale e sociale. La nostra identità è un racconto, senza il quale ci perderemmo negli eventi senza riuscire a dar loro un senso. Sin da bambini amiamo ascoltare le stesse favole, raccontate nello stesso modo, perché da quelle narrazioni dipende l’ordine del mondo.
Uno dei grandi protagonisti di entrambe le stagioni di Tredici è il silenzio: il silenzio dei non detti tra amici o tra fidanzati, il silenzio dei propri vissuti interiori che non trovano espressione se non in agiti, ma soprattutto il silenzio tra genitori e figli. Non credo sia più accettabile il mutismo tra generazioni, tra padri e madri in una stanza e figli e figlie nell’altra. Nel mutismo prendono il sopravvento rancori e odi. Ovviamente due generazioni non possono condividere gli identici schemi esistenziali o i gusti imposti dalle mode, ma il dissenso non può in alcun modo alterare il legame d’amore. Le visioni del mondo, i comportamenti sostanziali (ma anche quelli di minor rilevanza), vanno discussi, ognuno deve chiaramente esprimere cosa ne pensa, ma non giungere alle imposizioni che spaccano i legami e ammazzano l’amore.
Nella serie Tredici assistiamo a molti (ma non tutti) esempi di “cattiva” genitorialità. Alcuni casi a mio avviso si collocano ai limiti dell’impossibile (come i genitori che continuano a mandare la figlia che ha subito violenze sessuali nella stessa scuola in cui c’è il suo violentatore), ma in linea di massima quella che sembra mancare è la possibilità per questi ragazzi di confidarsi con adulti che non siano troppo distratti dal loro lavoro o da altre esperienze. Nella serie troviamo genitori talmente ricchi da essere sempre in vacanza, o talmente poveri che la loro unica fonte di preoccupazione è il procurarsi la droga; oppure troviamo i genitori della protagonista impegnati nell’avvio della loro attività commerciale e alle prese con una crisi coniugale; o ancora vediamo genitori “amici” che quasi fomentano e appoggiano i comportamenti vandalici e antisociali dei figli; Purtroppo dentro queste famiglie assistiamo inermi ai clichè che gli autori stessi ci impongono, per cui il figlio dei genitori ricchi diventa uno stupratore che “prende ciò che vuole” perché non abituato a sentirsi dire di no, il figlio della donna eroinomane diventa a sua volta tossicodipendente e la figlia adottata dalla coppia omosessuale è a sua volta lesbica. Bisogna andare oltre questi sterili clichè (e ammetto che può non essere facile quando certi fenomeni vengono presentati come effetto diretto e scontato di altri con una naturalezza disarmante) per rendesi conto che la disfunzionalità di queste famiglie è data da una totale mancanza di comunicazione al loro interno.
Le figure adulte presenti nella serie non sembrano figure in cui un adolescente possa identificarsi. Sembrano adulti che fanno i genitori senza esserlo. Nella vita reale occorrerebbe che gli adulti dedicassero più tempo all’essere coerenti e autorevoli, invece che autoritari, lasciando da parte per un po’ la corsa al successo, alla ricchezza, al benessere. Ci sono troppi padri che danno tutto, in termini di oggetti e denaro, ma non sono in grado di essere ascoltati (o di ascoltare) perché mancano di quella credibilità che appunto li fa percepire come modelli da imitare.
G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo