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Quando essere innamorati significa soffrire, stiamo amando troppo. Quando giustifichiamo tutti i malumori, il cattivo carattere, l’indifferenza del nostro partner, stiamo amando troppo. Quando siamo offesi dal suo comportamento ma pensiamo che sia colpa nostra perché non siamo abbastanza attraenti o abbastanza affettuosi, stiamo amando troppo.

Ma quando amiamo troppo in realtà non amiamo affatto, perché siamo dominati dalla paura: paura di restare soli, paura di non essere degni d’amore, paura di essere ignorati o abbandonati. E amare con paura significa soprattutto attaccarci morbosamente a qualcuno che riteniamo indispensabile per la nostra esistenza, amare con paura comporta oltre tutto la messa in atto di tutta una serie di dinamiche di controllo per tenere l’altro nell’area del proprio possesso.

Le donne che amano troppo, solitamente, possiedono determinate caratteristiche. Se vi riconoscete in questo elenco contattate uno psicoterapeuta: solo un lavoro di psicoterapia può aiutarvi ad uscire da una condizione di sofferenza.

  • Provenite da una famiglia disturbata dove nessuno si curava dei vostri bisogni emotivi.
  • Avendo ricevuto ben poco e autentico affetto, cercate di saziare questo bisogno disatteso per interposta persona, offrendo le vostre cure a un uomo che sembra in qualche modo averne bisogno.
  • Poiché non eravate mai riuscite a cambiare i vostri genitori trasformandoli nelle persone calde e affettuose che desideravate tanto intensamente, rispondete con troppa passione al tipo di uomo emotivamente non disponibile che vi è familiare, e che potete di nuovo cercare di cambiare con il vostro amore.
  • Per il terrore dell’abbandono, fate qualsiasi cosa per impedire che la relazione finisca.
  • Praticamente nulla è troppo faticoso se potrà “aiutare” l’uomo che amate.
  • Abituate alla mancanza di amore nei rapporti personali, siete disposte ad aspettare, sperare e a continuare di sforzarvi di piacere.
  • Siete disposte ad assumervi ben più del cinquanta per cento di responsabilità, colpe e biasimo in una relazione.
  • La vostra autostima è pericolosamente bassa e, nel profondo di voi, siete convinte di non meritare di essere felici. Piuttosto, credete di dovervi guadagnare questo diritto.
  • Poiché nell’infanzia non vi siete mai sentite sicure, avete un bisogno disperato di controllare il vostro uomo e la vostra relazione. Mascherate i vostri sforzi di controllare persone e situazioni con il pretesto di essere “soccorrevoli”.
  • In una relazione siete più in contatto con il vostro sogno di “come potrebbe essere” che con la realtà dei fatti.
  • Siete dedite agli uomini e alle sofferenze emotive come a una droga.
  • Forse siete predisposte emotivamente, e spesso biochimicamente, a diventare dipendenti da droghe, da alcolici, e/o da certi cibi, in particolare dolciumi.
  • Essendo attratte da persone con problemi che hanno bisogno di essere risolti, e lasciandovi coinvolgere in situazioni caotiche, incerte ed emotivamente penose, dimenticate la responsabilità che avete verso voi stesse.
  • Forse avete una tendenza alla depressione, che cercate di prevenire con l’eccitamento che viene da un rapporto sentimentale instabile.
  • Non trovate attraenti gli uomini gentili, equilibrati, degli di fiducia che forse si interessano a voi. Questi “bravi ragazzi” vi sembrano noiosi.

 

Massimo Barrale

Psicologo - Psicoterapeuta - Palermo

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Quando uno o entrambi i partner sperimentano un malessere duraturo che sembra insuperabile e i tentativi autonomi non sono sufficienti ad appianare le difficoltà, la terapia di coppia può essere un valido strumento di aiuto. In questi casi infatti i problemi tendono a trasformarsi in dinamiche ripetitive, che alimentano le incomprensioni e creano una sorta di circolo vizioso.

La relazione di coppia non è statica e tende a cambiare nel tempo, proprio come gli individui che la compongono. Con l’approfondimento della conoscenza reciproca, la relazione fra i due partner diventa più stabile, ma le emozioni travolgenti dell’inizio si fanno sempre più sfumate e si fa spazio una valutazione più oggettiva delle caratteristiche dell’altro e talvolta la delusione delle aspettative riposte reciprocamente. Tutti questi cambiamenti possono portare a vivere un momento di crisi.
La crisi non è necessariamente una fase catastrofica e non esistono coppie che in tutto il corso della relazione non sperimentino momenti di tensione.

Nell’uso comune il termine crisi ha assunto un’accezione negativa, ma se guardiamo al significato etimologico di questa parola, possiamo coglierne anche una sfumatura positiva: un momento di crisi può essere considerato un momento di riflessione, di valutazione e può trasformarsi nel presupposto necessario per una rinascita.

Molte coppie sono in crisi, ma poche decidono di affrontare un percorso di terapia: così, mentre un numero sempre più consistente di coppie giunge alla decisione di separarsi senza aver prima tentato di accedere ad un percorso di aiuto esterno, un numero altrettanto importante continua a mantenere un legame disfunzionale e a convivere frustrato e rassegnato. La ricerca ci conferma invece che chi chiede un aiuto specialistico può sviluppare risorse utili a innescare un cambiamento, a muoversi da una situazione di stallo e dalla percezione di impotenza che ne deriva, recuperando una dimensione comunicativa e relazionale maggiormente vitale e gioiosa. Questo importante aspetto migliorativo, consente di affermare che, sebbene spesso siano le coppie in fase di crisi molto profonda a rivolgersi ad uno psicoterapeuta per intraprendere un percorso di terapia, lo stesso potrebbe essere comunque utile anche per le coppie che pur avendo una buona relazione, sentono il desiderio di migliorare la comunicazione interna, rafforzare il proprio legame e conoscersi meglio anche per affrontare in modo più efficace cambiamenti ed eventi stressanti.

La terapia di coppia si rivolge alla coppia: l’attenzione viene focalizzata sulla relazione e sui cambiamenti che possono essere apportati, allo scopo principale di superare la crisi e recuperare un’intesa per poter vivere la relazione in modo più costruttivo e soddisfacente. Si pone l’obiettivo di aiutare le coppie a definire meglio le problematiche portate per poter meglio identificare gli obiettivi terapeutici, mettere a fuoco le criticità che rendono inefficace la comunicazione ed ad appropriarsi di modalità di relazione con l’altro che promuovano il cambiamento. Questi passaggi, consentiranno di superare la fase del conflitto o anche, in alcuni casi, accompagneranno i membri della coppia alla difficile decisione di separarsi dopo aver però esplorato attentamente questa possibile scelta, alla luce di una maggiore consapevolezza di sè e del rapporto.

Ogni terapia di coppia prevede una prima fase di consulenza, fondamentale per impostare il lavoro e instaurare un clima di coerenza e fiducia, attraverso la raccolta di informazioni sulle ragioni che hanno portato la coppia a richiedere aiuto e l’esplorazione delle rispettive interpretazioni del problema, delle aspettative, dei tentativi fatti. L’obiettivo è arrivare a definire un contratto di lavoro terapeutico non ambiguo tra i membri della coppia e il professionista. A prescindere dallo specifico indirizzo psicoterapico, qualsiasi terapia di coppia si basa sull’analisi delle dinamiche tra i partner, in modo da poter elaborare specifiche strategie di comunicazione in grado di creare un nuovo equilibrio. Una parte importante all’inizio del percorso sarà dedicata all’analisi delle aspettative e delle motivazioni che hanno portato la coppia in terapia. Esistono molti tipi di terapie di coppia che si rifanno a diversi approcci teorici, tutti indubbiamente validi, ma l’aspetto più significativo e trasversale di ciascuno di essi è rappresentato dal fatto che la coppia potrà sperimentare le proprie dinamiche consolidate in una dimensione relazionale triadica, in cui un terapeuta esperto costruirà con entrambi i membri una buona alleanza di lavoro finalizzata al raggiungimento di uno stato di benessere maggiore, di coppia ma anche individuale. L’incontro con un terapeuta consentirà ai partner di essere aiutati a mettere a fuoco il significato del disagio o del sintomo, contestualizzandolo alla luce della fase del ciclo vitale in cui esso si manifesta, delle regole di relazione della coppia, della storia personale dei suoi membri e di quella delle loro famiglie d’origine. La relazione terapeutica che si instaura consentirà di modificare le dinamiche ripetitive disfunzionali che la coppia mette in atto ed a riportarla ad un equilibrio più funzionale, facendo leva sulla motivazione e sulle risorse dei partners.

Definito il contratto terapeutico e individuati obiettivi di lavoro coerenti, verrà definito il passaggio alla fase di terapia, che prevede generalmente incontri della durata di circa un’ora e mezza ciascuno a cadenza settimanale, quindicinale o mensile, a seconda delle situazioni, del grado di conflittualità o del modello teorico di riferimento.

La durata di una terapia di coppia viene solitamente definita in fase di consultazione alla luce delle problematiche portate e dell’intensità del conflitto in atto: l’analisi dei conflitti, le interpretazioni che i partner ne danno, le dinamiche comunicative e relazionali che questi innescano ed anche le prospettive di cambiamento che ciascuno sente di poter investire in tali dinamiche costituiscono una parte fondamentale della terapia. Il desiderio autentico di raggiungere un maggior benessere di coppia, la motivazione individuale così come l’esplorazione e la progressiva erosione delle resistenze che ciascun partner esprime costituiscono la parte fondante per la buona riuscita di un percorso di terapia. Così come è auspicabile non attendere che la crisi sia ormai percepita come insanabile per iniziare la terapia, è altrettanto importante concedersi un tempo ragionevole per generare i cambiamenti necessari.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

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L’adolescenza si caratterizza come fase dello sviluppo umano in cui l’individuo cambia le sue caratteristiche fisiche e psichiche ed inizia il processo di acquisizione delle competenze cognitive e sociali che gli permetteranno di inserirsi nel mondo adulto. Tale periodo dell’esistenza è stato tradizionalmente considerato in prima istanza dal punto di vista del processo di maturazione fisica e sessuale; la sua origine e il suo termine erano determinati e collocati nella fascia d’età compresa fra gli 11 e i 16 anni per le ragazze e fra i 13 e i 18 per i ragazzi. Gli studi successivi cominciarono a considerare l’adolescenza come un movimento d’insieme che, partendo dalle modificazioni fisiologiche della pubertà, coinvolge l’intera personalità e sfocia nell’autonomia e nell’inserimento sociale del giovane.

I limiti temporali entro i quali collocare l’adolescenza sono dunque più sfumati: il momento della maturità sociale, non più sancito da precisi rituali, varia, infatti, da soggetto a soggetto e, nelle società industrializzate, é sempre più differito nel tempo; posticipata è soprattutto l’acquisizione dell’effettiva indipendenza economica e decisionale, resa possibile dal concludersi della propria formazione e dalla collocazione nel mondo del lavoro. Ciò comporta uno sfasamento tra il raggiungimento della maturità biologica e il riconoscimento della maturità affettiva e sociale, con la conseguente acquisizione di un ruolo sociale e dell’identità di adulto.

Parlare di adolescenza in maniera indifferenziata può dunque risultare fuorviante. Occorre tenere in conto la pluralità di “adolescenze”, diverse in rapporto al contesto sociale e culturale, al genere sessuale, agli eventi di vita (che possono influenzare in modo significativo questo periodo della vita protraendolo, ritardandolo, sacrificandolo), all’età considerata, ognuna delle quali presenta caratteristiche peculiari.

Gli anni dell’università segnano solitamente un graduale passaggio dalla fase finale dell’adolescenza alla prima età adulta. Questa gradualità, negli ultimi anni sembra andare incontro ad una crescente dilatazione dei tempi. Infatti si tratta di un arco di tempo abbastanza lungo che va dai 18 ai 25 anni e che può essere influenzato nella sua durata sia da fattori interni che da fattori esterni.

Il termine finale dell’adolescenza di fatto non si appoggia, a differenza del suo inizio, su modificazioni fisiologiche evidenti, quindi può presentare caratteri spesso elusivi e sfuggenti. Blos sottolinea come il prolungarsi di questi tempi in quella che Erikson definiva una “moratoria psicosociale”, insieme alla mancanza di modelli ben definiti e univoci dell’essere adulto, contiene in sé sia la possibilità di un elevato grado di differenziazione e di individuazione della personalità, sia, contemporaneamente, un maggiore rischio di sviluppi devianti che sempre più spesso assumono, nelle nostre società, l’aspetto di una difficoltà ad uscire da questa lunga fase tardo o post adolescenziale. La tarda adolescenza può diventare allora una sorta di interminabile viaggio durante il quale il giovane rischia di perdersi in percorsi tortuosi che elicitano, in lui ma anche in chi gli sta attorno, l’angoscia di rimanere bloccato. E non è un caso che spesso l’università diventi il luogo, anche fisico, di questo “perdersi” e di questo “bloccarsi”.

L’ultima fase dell’adolescenza presenta caratteristiche peculiari. Il tumulto della prima fase adolescenziale è ormai concluso e sembra aver lasciato lo spazio ad una maggiore tranquillità. Ma ancora non tutti i processi si sono compiuti. Potenzialmente uno dei vantaggi di questa fase di transizione starebbe infatti anche nella maggiore possibilità di scelte di vita e in una maggiore libertà.

Tuttavia è frequente che i giovani di questa età vivano la responsabilità delle scelte non come una libertà, ma come un obbligo, e questi vissuti di angosciosa incombenza si evidenziano con particolare intensità proprio nel momento della scelta della facoltà, quando il giovane si scontra spesso con la percezione del vincolo rappresentato dalle proprie necessità interiori, dagli obblighi e dalle rinunce imposti dai conflitti infantili irrisolti che ora non sembra più possibile eludere o rimandare.

La fase di passaggio dalla tarda adolescenza alla prima età adulta si caratterizza, tra l’altro, anche per le maggiori capacità di autodeterminazione, di orientamento rispetto alla realtà e di efficienza che sembrano essere richieste ai giovani, anche quando non sia presente un immediato inserimento nel mondo del lavoro.

Sulla base di queste considerazioni alcuni autori collocano intorno ai 18 anni l’inizio di una seconda fase del processo di separazione adolescenziale. Petrelli nota come, più che il distacco fisico dai genitori, sarebbero rilevanti nell’attivare i processi di separazione le diffuse aspettative culturali di indipendenza e di progressiva autonomia insieme alla necessità di compiere scelte, più o meno definitive, che vadano delineando una crescente capacità di un duraturo “impegno” in nuovi rapporti oggettuali e rispetto ad un futuro inserimento professionale e lavorativo.

Scabini, adottando una prospettiva familiare trigenerazionale, evidenzia come “separarsi” dai propri genitori per l’adolescente significa anche impegnarsi nella costruzione della propria identità, vivendo in uno stato di continua oscillazione tra desiderio di autonomia e di indipendenza, da una parte, e di dipendenza dall’altra; invece per i genitori l’adolescenza dei figli può divenire il luogo di una rivisitazione del proprio processo di separazione-individuazione dalla famiglia di origine. Tale processo implica anche una riorganizzazione della vita di coppia in previsione dell’uscita da casa del figlio e della presa in carico dei propri genitori, divenuti ormai anziani. La contemporaneità di processi e sviluppi, o involuzioni, di questa fase della vita può essere pertanto letta all’interno di un arco almeno trigenerazionale, in cui il processo di emancipazione del figlio sarà favorito o ostacolato dalla capacità dei genitori di ben tollerare il progressivo distacco dal figlio e dalla capacità della generazione più anziana di promuovere tale processo, oltre che di accettare i cambiamenti di ruolo all’interno del sistema familiare.

I processi separativi in atto in questa fase sfociano spesso nello stabilirsi di una maggiore distanza emozionale dalle figure genitoriali a cui si accompagnano spesso sentimenti di perdita, di nostalgia e di rabbia, ma anche vissuti di ansia, di incertezza per il futuro e di depressione. Questa distanza emozionale viene a crearsi dopo un periodo caratterizzato da un intenso bisogno di conoscenza di sé e di autoriflessione, ma allo stesso tempo di estrema insofferenza nei confronti dei tentativi degli adulti di approfondire tale conoscenza. Questa insofferenza sembra derivare dall’acuta consapevolezza, propria di questa fase della vita, della differenza tra l’essere osservato e l’essere compreso, per cui all’estremo bisogno di essere compresi si affianca il rifiuto di essere osservati e studiati.

Questi aspetti sono descritti da molti autori, tra cui Erikson, come tentativi di un processo “auto-terapeutico” caratteristico dell’adolescenza e che vede l’individuo scindersi in una parte soggettiva che vive l’esperienza e in una parte oggettiva che la osserva.

Fanno parte di tali processi auto-terapeutici sia l’abitudine di tenere un diario sia l’innamorarsi, specialmente quando l’oggetto è idealizzato e inaccessibile. Erikson in particolare sottolinea l’aspetto auto-terapeutico dell’innamoramento adolescenziale in quanto l’investimento dell’altro appare finalizzato, anche in questo caso come spesso nell’amicizia, ad una migliore definizione della propria identità mediante la proiezione di aspetti di sé su un'altra persona per vederli, così, riflessi e chiariti.

Blos identifica, fra i tentativi auto-terapeutici adolescenziali, anche la vasta gamma di produzioni creative di tipo artistico che durante questa fase rappresentano spesso uno sforzo di oggettualizzare aspetti del proprio Sé.

Una delle difficoltà di uscire dall’adolescenza diventando adulti, impegnandosi in scelte che siano autentiche, è espressa nei termini dell’angoscia di essere sospinti verso un adeguamento eccessivo alla realtà esterna e di perdere così sia l’autenticità dell’adolescenza sia la spinta propulsiva delle illusioni, essendo costretti a scegliere un dovere e un lavoro non integrati e scissi dal piacere e dal gioco. Viceversa la possibilità di non scivolare verso uno sviluppo “falso” o “compiacente” (il Falso Sé winnicottiano) sembra passare attraverso la capacità di mantenere un qualche contatto emotivo con le proprie parti piccole che racchiudono i propri infantili sensi di incapacità, di vergogna e di colpa, ma anche i desideri e le illusioni dell’infanzia che mantengono viva la possibilità di emozionarsi e di giocare.

In questa fase della vita c’è la necessità di una estrema cautela diagnostica rispetto all’adolescente in quanto in questa fase tali aspetti sono parte dei processi di disintegrazione e integrazione che si accompagnano allo sviluppo e non vanno perciò considerati necessariamente come indicatori di una patologia grave. Più che in altre fasi della vita, in adolescenza la contemporanea presenza di forti sconvolgimenti e di profonde riorganizzazioni psichiche rende infatti arduo operare una netta distinzione tra aspetti normali e patologici.

I tratti a cui si è fatto riferimento possono concorrere a dar luogo, soprattutto nella tarda adolescenza, ad una acuta e, in certi casi, esasperata sensibilità e consapevolezza nei confronti dei processi psichici in atto al proprio interno; di fatto alcuni giovani di questa età sono particolarmente interessati ad approfondire la conoscenza del proprio mondo psichico, cosa che li rende recettivi ad un approccio psicoterapeutico. Infatti non è un caso che, come è stato notato, molti dei primi pazienti che contribuirono alla “scoperta” della teoria psicoanalitica, appartenessero a questa fascia d’età: Anna O. aveva 21 anni, Katharina 18, Elisabeth von R. 24, Dora 18, “l’uomo dei lupi” 23, e “un caso di omosessualità femminile” 18.

Il disagio dei giovani coinvolge anche il mondo degli adulti e, nella società attuale, la disorientata ricerca di contenuti e valori che possano dare senso e direzione alla crescita, fa sì che adulti e adolescenti siano sempre più spesso accomunati piuttosto che contrapposti.

Nelle società occidentali i “ruoli genitoriali” non coincidono con le “funzioni” effettivamente svolte dai genitori. Questi ultimi si sforzano di essere amici o compagni o confidenti dei propri figli. In questo modo non assolvono al ruolo loro assegnato, che prevede la funzione di spingere e contenere, di provocare e di accogliere, ma anche di costituire un punto fermo, tale da reggere la confusione, l’ansia, l’aggressività proprie del momento evolutivo nel quale si trovano a vivere gli adolescenti.

Un’altra tendenza presente nella società attuale riguarda la famiglia ed è relativa a una sorta di “maternalizzazione” della figura paterna. Il padre, soprattutto in alcuni specifici contesti socioculturali, tende a essere connotato da ruoli e funzioni svolte, in passato, prevalentemente dalle madri. Pietropolli Charmet rileva come, in contesti socioculturali medio-alti, il padre tenda ad instaurare con i propri figli relazioni di tipo affettivo-contenitivo, entrando in competizione con la madre. Si starebbe dunque realizzando quella “società senza padri”, che è strettamente correlata all’attuale “adolescenza interminabile”.

A tale cambiamento di ruoli e funzioni corrisponde, da parte dei genitori, la tendenza a promuovere la soddisfazione dei bisogni primari di dipendenza, accoglimento e appartenenza con ripercussioni sul processo di autonomia dei giovani. In conseguenza di ciò la famiglia diventa sempre più spesso “rete di protezione” per il giovane, assumendo la forma di “famiglia lunga” che ritarda l’ingresso nel mondo degli adulti. Da tutto ciò deriva la difficoltà di definire, in modo preciso, quando si può considerare conclusa l’adolescenza.

Un particolare gruppo di giovani, appartenente a questa fase dell’adolescenza definita tardo adolescenza, è costituito dagli studenti universitari, che, rispetto al loro momento evolutivo, si trovano a vivere alcune specifiche problematiche.

Il periodo che coincide con gli studi universitari costituisce l’arco temporale in cui l’adolescenza viene abbandonata e l’istituzione accademica finisce col costituire il naturale contenitore deputato alla gestione della transizione dall’adolescenza all’età adulta o, per lo meno, di una parte non secondaria a tale processo.

D’altra parte, nella società contemporanea le istituzioni scolastiche scandiscono e organizzano il succedersi delle età, definiscono le tappe e le competenze, e strutturano qualcosa di analogo a stadi di sviluppo. Ciò fa sì che esse forniscano, in analogia con i primitivi riti di iniziazione, una sorta di regolarizzazione sociale al succedersi delle età e che il processo di maturazione di un individuo presenti una stretta relazione con il contesto nel quale si svolge.

Da ciò ne deriva che l’istituzione accademica, con i suoi membri e con gli scopi che si prefigge, costituisce un elemento importante a cui i processi maturativi debbono riferirsi, un regolatore esterno che, come tale, può accogliere, facilitare o viceversa, rallentare e bloccare per sempre tali processi maturativi.

Lo status di studente universitario aggiunge, quindi, alle difficoltà generali della popolazione giovanile alcuni elementi specifici. L’inizio degli studi universitari rappresenta, per certi versi, il primo vero ingresso nella vita adulta, ma nello stesso tempo corrisponde a un periodo di sospensione nei confronti di impegni sociali e di scelte definitive. Si alimenta in tal modo una certa indeterminatezza dell’identità personale e sociale, su cui possono innestarsi fattori di crisi. In secondo luogo, le aspettative nei confronti dello studio, le domande e i dubbi relativi al futuro, gli sforzi ed eventualmente le frustrazioni legati ai risultati, costituiscono spesso fattori di stress e possono produrre la caduta delle motivazioni e il timore di affrontare le prove.

D’altra parte le istituzioni educative, per come sono organizzate, sono contesti che spesso non facilitano la crescita e l’evoluzione dei giovani. Il rendimento e i risultati quantificabili rappresentano il principale, e spesso l’unico, criterio considerato per la valutazione degli studenti. Scarsa attenzione viene rivolta al concetto di crescita emozionale e, comunque, ciò accade solo quando tale aspetto interferisce con il livello di “produttività” dello studente.

Altri fattori possono essere responsabili dell’insuccesso accademico e sono collegati alle notevoli trasformazioni del sistema dell’istruzione superiore e all’aumento del numero di studenti che hanno la possibilità di iscriversi all’università, in seguito al più diffuso benessere economico.

Vanno poi anche considerate le incertezze relative alla scelta della facoltà e al piani di studi e la difficoltà di individuare utili collegamenti tra il mondo accademico e il mondo del lavoro. L’ingresso in ambito accademico presuppone che il giovane abbia già effettuato una scelta che definisce l’oggetto dei suoi studi: questo avrà, a seconda dei casi, una più o meno stretta attinenza con il campo in cui egli progetta o fantastica di svolgere la sua futura attività lavorativa. Blos concepisce la scelta lavorativa come il tentativo di delimitare il campo di interesse specifico, che offre la possibilità e contemporaneamente impone la necessità di misurarsi con un’area conflittuale irrisolta. Jaques riconduce la scelta di un determinato compito professionale alle spinte riparative più profonde e alla fantasia di restaurare e ricreare simbolicamente, attraverso l’assolvimento del compito, oggetti d’amore e parti del sé, sentiti come perduti o danneggiati. Quindi le radici più profonde della motivazione affondano nelle prime esperienze infantili e sono le stesse che possono dare forma, molto spesso, al sogno del “cosa farò da grande”.

La realtà dell’inoccupazione giovanile, dell’assenza di chiare prospettive lavorative, del decadimento dei percorsi che tradizionalmente potevano garantire uno sbocco sicuro, costituisce lo scenario poco incoraggiante in cui il tardo adolescente è chiamato ad effettuare la sua scelta. Secondo Blos determinante al fine della scelta è il tentativo di riconsiderare situazioni infantili conflittuali irrisolte, fino a quel momento allontanate grazie all’operare dei meccanismi di difesa che si dispiegano nel corso delle prime fasi adolescenziali, per integrarle, includerle nell’area di interessi dell’Io. Ciò dà luogo alla delimitazione degli scopi che divengono “compiti permanenti” nella vita di un individuo. Infatti le conflittualità sottostanti, se sufficientemente integrate nel corso della tarda e della post adolescenza forniscono una intensa forza motrice che si evidenzia nel corso di tutta la vita dell’individuo.

Questo compito di delimitazione degli scopi, di definizione dell’identità adulta, va d’altra parte inquadrato nell’ambito dei movimenti separativi dalle figure genitoriali, che divengono più intensi e che richiedono un mutamento qualitativo. Mentre nell’infanzia e nella prima adolescenza la problematica di separazione riguardava fondamentalmente i genitori reali, e conseguentemente il distacco, la capacità di sganciamento, l’autonomizzazione che era possibile conseguire a questi, nella fase tardo-adolescenziale separarsi significa anche prendere le distanze e differenziarsi dalle immagini parentali interiorizzate.

In molti casi la laurea, vista come mezzo per raggiungere la promozione ad un livello sociale ed economico, acquista il significato interiore di segno tangibile del distacco dai genitori, un distacco che, soprattutto quando la distanza è grande, implica un sopravanzarli, che è vissuto come un “farli fuori”, dimostrandosi superiori a loro, e si scontra perciò con forti ostacoli interni. Il desiderio di essere superiori ai propri genitori non può non suscitare infatti forti sensi di colpa che traggono ulteriore alimento anche dall’aggressività provata nei confronti dei genitori stessi nell’affrontare le difficoltà della separazione.

In definitiva la scelta deve essere espressione della possibilità di portare sul piano della realtà qualcosa che era rimasto fondamentalmente nel dominio della fantasia, integrando in tal modo aree della mente e processi di pensiero che nel corso della prima adolescenza potevano funzionare e procedere in modo separato.

In un tale contesto per molti giovani le problematiche relative agli studi finiscono col costituire un mezzo attraverso il quale essi tendono a esprimere un disagio emozionale che, pur avendo origine da profonde conflittualità irrisolte derivanti dal passato, viene riattivato dal confronto con il contesto istituzionale nel quale si trovano a vivere.

L’inizio degli studi universitari comporta, infatti, la necessità di misurarsi con una serie di cambiamenti radicali che, anche per la loro contemporaneità, possono mettere a dura prova le capacità adattive dei giovani. Vi è intanto una accelerazione dei movimenti separativi rispetto alla famiglia e più in generale dal contesto di origine; questi possono essere sanciti anche dalla distanza geografica, come accade per gli studenti fuorisede. In molti casi, in particolare per quanto riguarda i giovani che provengono da famiglie di un livello sociale più basso, nell’entrare in contatto con il contesto accademico può essere invece avvertita una distanza culturale tale da determinare un impatto traumatico.

Altrettanto problematica è la perdita del fondamentale spazio di riferimento rappresentato dal gruppo classe e dal collaudato sistema di relazioni sperimentato in questo ambito; questo comporta anche il venire meno di quella funzione di controllo garantita dal quotidiano rapporto con i professori e dunque la necessità di imparare ad autoregolare i ritmi dell’apprendimento. È questo un compito che può rivelarsi arduo e conflittuale, mettendo in crisi modalità di lavoro fino a quel momento funzionali.

La possibilità di investire positivamente le discipline che sono oggetto del corso, rappresenta anche un importante indicatore della praticabilità della scelta effettuata dal giovane; spesso infatti, ed in particolare in alcune Facoltà, le discipline dei primi anni hanno una valenza propedeutica e tendono ad essere sentite dai giovani come non attinenti alla formazione prescelta.

L’adolescenza e la tardo adolescenza sono caratterizzate intrinsecamente da una condizione di trasformazione, di frattura. Ci sono tuttavia delle circostanze in cui il mutamento richiesto, per condizioni interiori o esteriori, sembra essere ancora più radicale, come quando, ad esempio, questo passaggio, già difficile, si associa ad un trasferimento che implica il distacco concreto dai luoghi noti e da tutto il proprio ambiente di vita. Winnicot mette in evidenza l’importanza dello stabilirsi di una strutturata e dinamica relazionalità con l’ambiente delle cose, degli oggetti, relazionalità che si fonda sia su sentimenti di partecipazione e appartenenza che sulla consapevolezza della separazione e differenziazione di sé dagli oggetti dell’ambiente. Nel corso dello sviluppo quelle parti del Sé che erano state proiettate su aspetti dell’ambiente e dei luoghi originando il sentimento di appartenenza, vengono poi reintroiettate gradualmente all’interno dell’individuo e vi ricostruiscono un mondo di oggetti mentali, fantasie e ricordi.

Così, chi si allontana dai propri luoghi e dal proprio ambiente può ricostruire dentro di sé il suo mondo. Resta tuttavia sempre anche un legame con gli oggetti reali e i luoghi concreti che origina un sentimento di nostalgia. In chi si trasferisce questo sentimento di nostalgia, che si basa sulla percezione che parti di sé, rimaste come vincolate ai luoghi e all’ambiente della propria infanzia, siano irraggiungibili e perdute per sempre, interferisce con la possibilità di integrarsi nel nuovo ambiente, dando luogo ad intensi sentimenti di sradicamento e di perdita. L’esperienza del trasferirsi in altri luoghi in molti casi è un’occasione importante di sviluppo e di crescita, comporta un allargamento ed un arricchimento dei propri orizzonti di vita, il dischiudersi di nuove potenzialità, conoscenze e acquisizioni; segna però sempre anche una frattura con il passato, tale da minacciare in casi estremi l’identità stessa, i suoi punti di riferimento interni ed esterni.

Nei primi anni di università gli studenti, specialmente quelli fuori sede, si trovano spesso a dover affrontare una profonda crisi di appartenenza che si manifesta con acuto disagio psichico, caratterizzato da sentimenti di spaesamento e solitudine, impossibilità di inserimento e rilevanti difficoltà ad apprendere.

Molti Autori hanno sottolineato che in questa fase della vita il permanere in uno stato di dipendenza protratta o di semi-dipendenza, in cui si rivelano paralizzanti e paralizzate le spinte aggressive verso le figure genitoriali, possa sfociare in una condizione di “impasse”, soprattutto quando queste problematiche si riflettono nel rapporto con lo studio.

In queste condizioni non è facile distinguere quanto ciò che dall’esterno appare come incertezza e tentennamento sia una reale impasse, o quanto si tratti invece di una “moratoria” necessaria a compiere un lento e silente lavoro di integrazione interiore; questa fase resta tuttavia un periodo critico, anche nel senso della potenziale pericolosità del protrarsi di una condizione che offre comunque il fianco a pericolosi percorsi verso situazioni di paralisi.

Diventa quindi a volte necessario fornire al giovane studente un aiuto nel processo di adattamento al nuovo ruolo col quale si confronta, quello cioè di studente universitario, e ai compiti evolutivi connessi: essere ammesso all’università, svolgere le attività didattiche, superare gli esami, portare a termine gli studi nei tempi previsti. Per superare le varie tappe evolutive connesse al proprio ruolo gli studenti debbono confrontarsi con normali livelli di ansietà, con aspettative irrealistiche e con eventuali problemi psicologici irrisolti.

Per offrire, quindi, un sostegno agli studenti e per aiutarli a superare gli eventuali ostacoli che possono frapporsi sul loro cammino può essere utile fornire loro spazi, quali un percorso di psicoterapia o di sostegno psicologico, dove vengano sostenuti nel tentativo di esplorare le difficoltà emozionali interne che in certi casi interferiscono con la conquista delle loro potenzialità e con i loro studi universitari.

 

Bibliografia

Blos P. (1962) L’adolescenza. Un’interpretazione psicoanalitica. Tr.it FrancoAngeli, Milano.

Blos P. (1979) L’adolescenza come fase di transizione. Tr.it Armando, Roma.

De Beni R., Lis A., Sambin M. Trentin R. (1997) (A Cura di) Il disagio psicologico degli studenti universitari. Proposte, progetti, riflessioni. Guerini, Milano.

Diatkine R. (1985) Diventare adolescenti, restare adolescenti. In Bergeret J., et al (1985) Adolescenza terminata. Adolescenza interminabile. Tr.it Borla, Roma.

Erikson E. H. (1968) Gioventù e crisi d’identità. Armando, Roma.

Erikson E. H. (1999 nuova edizione) I cicli della vita. Continuità e mutamenti. Armando, Roma.

Ferraro F., Petrelli D. (2000) (A Cura di) Tra desiderio e progetto. Counseling all’università in una prospettiva psicoanalitica. FrancoAngeli, Milano.  

Scabini E., Donati P.R. (1988) (A Cura di) La famiglia lunga del giovane adulto. Vita e Pensiero, Milano.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

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