Visualizza articoli per tag: giovani adulti

Ma quando inizia e finisce l’adolescenza?

Questa è una domanda che i genitori dei ragazzi che seguo mi pongono spesso. Questa domanda rispecchia la fantasia (e la speranza assolutamente legittima) che tutte le difficoltà dei figli derivino dall’”adolescenza”, fase della vita ormai vista come portatrice di guai, e che quindi finita tale fase finiranno anche i problemi.

Lavoro come psicologo e come psicoterapeuta a Palermo da molto tempo ormai. Sin dai tempi della tesi universitaria e del tirocinio post laurea mi sono occupato di adolescenti e post adolescenti, delle loro ansie, dei loro blocchi, dei loro attacchi di panico, delle loro difficoltà e delle loro paure. In questo breve articolo proverò a dare una risposta a questa domanda.

C’è un dato di grande interesse sull’inizio dei fenomeni psichici e biologici che caratterizzano il processo adolescenziale: la progressiva anticipazione della pubertà sia nei maschi che nelle femmine. Un’anticipazione che, negli ultimi cinquant’anni, è diventata consistente: il menarca compare prima nelle preadolescenti, così come i fenomeni che caratterizzano la preadolescenza maschile.

Alcuni elementi inducono a pensare che il cambiamento di sistema educativo tenda a generare, a livello affettivo, simbolico e relazionale, una fase di “pubertà psichica” che precede quella biologica. L’accorciamento dell’infanzia e l’anticipazione dell’ingresso nell’adolescenza fanno parte di quei fenomeni che spingono la cultura pedagogica, preoccupata dagli esiti dei modelli attuali, a parlare di “infanzia rubata” e di “adultizzazione precoce”, situazioni capaci di innescare una serie di rischi importanti e di disagi affettivi o relazionali. Così, in un mondo in cui i bimbi delle elementari di oggi posseggono caratteristiche di studenti di terza media di ieri, è diventato più difficile capire a quale età sia lecito praticare un certo tipo di relazione o usare determinati oggetti di consumo. L’anticipazione dei fenomeni della pubertà, connessa allo sviluppo precoce delle competenze sociali, crea un magma confuso di ragazzi, che in parte simulano e in parte incarnano la trasformazione bambino-figlio a soggetto sessuale, con notevoli aspirazioni di autonomia nella vita collettiva.

C’è inoltre un’altra questione destinata a riflettersi in modo importante sulla definizione di alcune caratteristiche specifiche: a quale età possiamo ritenere che si concluda l’adolescenza?

Si è diffusa l’opinione che oggi l’adolescenza si prolunghi nel tempo e che si spinga ben oltre il limite entro cui si riteneva dovesse o potesse concludersi. Questa ipotesi sembra confermata dal protrarsi della presenza dei figli all’interno delle famiglie. Ciò ha dato vita al fenomeno della “famiglia lunga”, che per almeno tre decenni contiene due generazioni (genitori e figli), con una tendenza a includere anche i nonni, ragion per cui a volte si viene a creare un assetto trigenerazionale. A riguardo, si verificano due fenomeni correlati: da un lato i figli, soprattutto i maschi, restano a vivere in famiglia anche dopo i trent’anni; dall’altro, aumentano le sofferenze psichiche, che sono facilmente riconducibili al proporsi continuo di problematiche e conflitti tipici della fase adolescenziale.

Molti dati, però inducono a credere che l’adolescenza non solo cominci ma finisca anche prima. E si può dire che, al termine delle scuole superiori, gli adolescenti di oggi terminino i propri compiti evolutivi entrando nella fase del “giovane adulto”. L’iscrizione di un numero enorme di individui in tale categoria rappresenta il fenomeno più importante avvenuto negli ultimi anni e forse anche il più preoccupante. Se l’inizio di tale fascia d’età corrisponde con la fine dell’adolescenza, la sua conclusione è difficile da definire. Ovviamente, il fatto di aver arruolato masse di giovani in questa dimensione sociale intermedia, inventata dalla cultura e priva di qualsiasi riferimento agli orologi biologici, espone a parecchi rischi i soggetti in questione, che non dispongono dei poteri degli adulti e non sono più capaci di vivere le esperienze adolescenziali.

 

Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

Pubblicato in Blog

Lavoro come psicologo e come psicoterapeuta a Palermo da molto tempo ormai, e questo mi da la fortuna di poter avere un vertice di osservazione particolare su certi fenomeni peculiari della nostra società. Sin dai tempi della tesi universitaria e del tirocinio post laurea mi sono occupato di adolescenti e post adolescenti, delle loro ansie, dei loro blocchi, dei loro attacchi di panico, delle loro difficoltà e delle loro paure. In questo articolo vorrei parlare di come i cosiddetti “riti di passaggio”, quei momenti, sanciti dalle società, che segnano appunto il passaggio da una condizione ad un’altra, in questo caso dalla condizione di adolescenti all’essere adulti, siano diventati più fluidi, si siano modificati alcuni, o scomparsi del tutto altri.

Ogni società non solo stabilisce un metodo per calcolare l’età, ma attribuisce alle diverse fasi della vita significati differenti, che implicano anche determinati stereotipi relativi allo sviluppo intellettuale, morale e sociale. Ci si aspetta che le persone cambino il loro comportamento e assumano di volta in volta un ruolo considerato consono al periodo del’esistenza che stanno vivendo. Così è previsto che un bambino non sia ancora a conoscenza delle regole sociali, che compia errori, che sia libero di divertirsi e che debba apprendere dagli adulti. Mentre da un giovane adolescente ci si attende un certo grado di trasgressione, di conflitto con i genitori, ma anche un progressivo avvicinamento al comportamento sociale ritenuto corretto.

Nella società contemporanea , potremmo dire che è la scuola a determinare la scansione delle prime fasce d’età. In genere, terminate le scuole elementari, non si è più “bambini”.

In tutte le società è importante evidenziare le differenze tra giovani e adulti, perché l’adolescenza, che è lo stato di transizione tra la condizione di bambino e quella di adulto, una sorta di migrazione interna dalla dimensione tranquilla e protetta dell’infanzia, totalmente dipendente dalla famiglia, verso una situazione di autonomia decisionale ed economica, nella quale si aprono nuovi e più impegnativi orizzonti, è una fase molto difficile e delicata, in cui l’individuo inizia a costruire la propria identità personale.

Affinché questo accada, occorre che la comunità, in cui si vive e si cresce, ponga limiti, fissi punti fermi. Si tratta, infatti, di una fase di rapida trasformazione biologica, in cui l’individuo inizia a prendere coscienza di se stesso e del fatto che deve decidere per conto suo. Mentre il bambino piccolo riporta tutto a se stesso e si costruisce un mondo a parte, a scala ridotta rispetto a quello dei grandi, l’adolescente si crea un programma di vita suo e, pur sentendosi diverso, si pone su un piano di eguaglianza rispetto agli adulti. Di qui nascono la tipica irrequietezza e la tendenza alla ribellione che caratterizzano questa fase della vita chiamata adolescenza.

Proprio perché si tratta di un momento di costruzione dell’identità, e qualunque identità si fonda e si erige sulla differenza, è quanto mai necessario che la comunità da un lato stabilisca in modo chiaro il confine tra il mondo dei giovani e quello degli adulti, e dall’altro ne “protegga” il passaggio, collocando segnali, punti di riferimento ben visibili. Le differenze devono essere ben chiare per entrambe le parti: bisogna porre limiti evidenti, netti, distinguere ciò che è lecito e giusto fare in una condizione e ciò che lo è in un’altra, portare gli individui ad assumersi determinate responsabilità e allo stesso tempo riconoscere i propri diritti.

In altri termini, l’adolescenza è l’età in cui si entra a fare parte, da protagonisti autonomi e indipendenti, della società.

Gli adolescenti di oggi non possono neppure immaginare quanto sia cambiato, in pochi decenni, il ruolo del padre all’interno della famiglia. Un tale cambiamento ha molto a che fare con la minore necessità di codificare a che età e in base al superamento di quali prove sia possibile per gli adolescenti avere accesso a un diverso livello di autonomia. Il potere del padre è stato ridistribuito tra le varie figure della famiglia e ai figli ne è toccata una parte significativa.

L’evanescenza del padre, o la sua assenza, si misurano anche e soprattutto dal disinteresse nei confronti della celebrazione di momenti di confronto all’interno della famiglia. Poco cambia che si tratti di conquistare il diritto a esplorare buona parte della notte in compagnia dei coetanei, di presentare il partner e quindi la sessualità nascente, o di discutere del denaro e dei mezzi con cui spostarsi: se tali cambiamenti avessero un peso simbolico maggiore, potrebbero scandire la crescita e aiutare i ragazzi a capire meglio la propria collocazione nella piramide della famiglia e della società.

Nel contesto attuale sono stati differiti due riti di passaggio, due appuntamenti cruciali: il matrimonio e la procreazione. Un tempo, il rito del fidanzamento costituiva un’evoluzione rispetto alla condizione precedente, nella quale la coppia era ancora “in prova”, perché nulla era stato ancora concordato e ufficialmente progettato. Il fidanzamento determinava un cambiamento radicale di ruolo che doveva essere festeggiato ma pure ampiamente pubblicizzato, poiché tutti dovevano sapere che due persone stavano per diventare marito e moglie, e trarne le conseguenze.

I giovani di oggi hanno cancellato questa “prova preliminare” forse perché pensano al matrimonio molto più in là nel tempo, dopo aver risolto altri problemi, prevalentemente di natura sociale e personale, come la formazione professionale, l’inserimento nel mondo del lavoro, l’acquisizione di una competenza che consenta di accumulare reddito e stabilizzare le disponibilità economiche.

Ma a parte le problematiche di ordine economico, anche l’amore sembra non aver più le caratteristiche oniriche del sentimento romantico, caratterizzato dall’estrema sottomissione ai bisogni e desideri del compagno idealizzato, padrone dell’anima e del corpo, legittimato a chiedere qualsiasi sacrificio, qualsiasi dimostrazione di devozione e fedeltà alla coppia.

L’amore di oggi è contraddistinto da una domanda: la coppia o il partner aiutano a crescere e a realizzare l’individuo? Nel caso in cui la risposta sia affermativa, il patto diventa importante, la fedeltà viene garantita, e un notevole livello di reciprocità può essere generosamente erogato, attraverso processi di identificazione con le ragioni dell’altro. Il quale a sua volta, per sentirsi amato e continuare ad amare, ha bisogno di appurare che il partner sia in grado di capire e legittimare le sue esigenze evolutive. Nasce così un sentimento che ha gli aspetti formali, il galateo e lo statuto affettivo dell’amore narcisistico.

La coppia narcisistica così realizza una delle più diffuse aspirazioni adolescenziali: mangiare e dormire col partner e non con i genitori e i nonni. La coppia narcisistica convive, incontra il resto della compagnia, fa tutto insieme. Ma può succedere che gli impegni evolutivi portino i componenti a doversi assentare, per esempio per andare all’estero o per rispettare promesse fatte agli amici. Il “contratto” alla base di una relazione simile prevede che non vi siano sacrifici relativi alle attività e agli interessi individuali, i quali devono solo essere rispettati e legittimati ma anche, per così dire, amati, poiché rappresentano gli strumenti attraverso cui il partner realizza il proprio sogno e cerca se stesso.

Ecco i motivi per cui i momenti di passaggio sono diventati molto fluidi. Si avverte meno la necessità di ritualizzare e segmentare ciò che è stato liberato, in fondo da poco tempo, da progetti esterni al soggetto.

 

Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

Pubblicato in Blog

I repentini cambiamenti, nella società odierna, a causa della crescita esplosiva della tecnologia e dell'uso di Internet, negli ultimi anni, ha fatto sì che la presenza costante e crescente della stessa, si ramificasse sino a diventare parte integrante della nostra vita.

L'infanzia contemporanea, infatti, è influenzata dai media moderni che insieme all'enorme varietà di "oggetti ludici" (smartphone, tablet, videogiochi) di uso quotidiano, compongono la cultura dei giovani consumatori moderni. Il videogioco è chiaramente un nuovo media, in quanto digitale; è ricombinazione degli altri media (immagini, suoni) che una volta fusi tra loro danno origine a qualcosa di nuovo: un gioco con audio e video. In genere, il giocatore deve utilizzare lo schema di controllo del gioco (ad esempio, tastiera, controller o sensori di movimento) per manipolare le immagini su un display visivo (ad esempio, monitor di computer, televisione o smartphone) per raggiungere un risultato solitamente definito come successo o fallimento.

Questa definizione tecnica, tuttavia, non coglie realmente l’essenza dell’esperienza psicologica che l’utente fa del gioco, in particolare nel caso dei videogiochi moderni. Infatti, molti videogiochi moderni offrono esperienze potenzialmente illimitate di vincita e di perdita, così come trame e personaggi sempre più complessi, grandi mondi aperti da esplorare e opportunità di socializzare con altri utenti. I videogiochi consentono ai giocatori di modificare il loro stato mentale, sperimentare emozioni diverse, soddisfare bisogni psicologici o semplicemente passare il tempo e sfuggire alla realtà. I videogiochi possono essere considerati come luoghi virtuali alternativi per socializzare al di fuori del lavoro e del quotidiano, offrendo ad alcune persone un'esistenza alternativa al mondo reale. Dalla loro nascita, che risale intorno al 1947, fino ad oggi, i videogiochi si sono costantemente evoluti, differenziandosi man mano tra loro e offrendo agli utenti esperienze di gioco sempre più variegate. Quest’ultimi, possono differire in base al genere (e.g. sparatutto, giochi di ruolo e strategia), piattaforme (e.g. personal computer, smartphone), modalità (e.g. singleplayer, multiplayer), connettività online (e.g. giocare online o offline ) e obiettivi (e.g. sconfiggere un avversario usando la violenza, collezionare oggetti). Tra le diverse tipologie di videogiochi online, da diversi anni, sembrano riscuotere sempre più successo gli MMO’s, tra i più popolari di questi, vi sono i MMORPG’s (acronimo di Massive Multiplayer Online Role Play Game, che letteralmente in italiano corrisponde a Gioco di Ruolo Online Multigiocatore Massivo). Essi derivano dalla complessa combinazione di MUD's testuali e giochi di ruolo per giocatore singolo (off-line) e uno dei più famosi, se non emblematico di questa tipologia, è World of Warcraft (2004). L’utente crea un personaggio (o "avatar") in un mondo fantasy o in un'altra ambientazione virtuale (e.g. lo spazio esterno) e completa compiti e "quest" da solo o con altri giocatori che si possono raggruppare in squadre o "gilde" e cooperare al fine di raggiungere obiettivi condivisi. La struttura di questi giochi è progettata per essere infinita, in modo tale che anche quando i giocatori hanno completato gli obiettivi principali (crescere di livello, uccidere mostri, combattere altri utenti), esistono ulteriori obiettivi e forme alternative di progressione "orizzontale" (e.g. la personalizzazione, costruzione e collezione degli oggetti virtuali). In virtù della loro struttura sono stati definiti Never ending games. Un elemento distintivo dei MMORPG rispetto ai MUD’s, è sicuramente la forte competizione presente tra i giocatori e fra gruppi di giocatori. Quest’ultima si traduce in un confronto continuo con l’altro, una sfida interna per essere considerato un’abile giocatore. Essere un giocatore abile è importante per sentirsi vincenti e rispettati (nel gioco). Tuttavia per poter raggiungere una gratificante “posizione” all’interno di questa attività ludica, la sola cosa da fare è allenarsi. Per tale motivo, sono presenti le cosiddette “gilde o clan” (una sorta di corporazioni) che, sollecitando il gioco di gruppo, favoriscono la gratificazione e il senso di appartenenza. Le gilde, dunque, promuovono la coesione tra i giocatori, la motivazione dei membri, incoraggiano ad essere leali con il gruppo e gestiscono i conflitti interni. Quindi la cooperazione, in questa chiave di lettura, apre le porte alla competizione, in quanto permetterà al giocatore di crescere di livello, costruire armi e armature e di conseguenza di diventare più forte in modo da battere gli altri (game-play verticale). Infine, un’altra caratteristica peculiare di questi giochi è la loro esistenza persistente; tale caratteristica risulta essere molto importante perché il gioco non può essere messo in pausa, continuando a svolgersi anche quando il giocatore non si ritrova ad esser connesso. Un’altra tipologia di videogiochi multiplayer online sono i MOBA (Massive Online Battle Arena), acronimo di arena di battaglia online multigiocatore. Questa categoria di videogiochi sta riscuotendo sempre più successo, soprattutto nell’ultimo decennio, anche grazie agli eSport (tornei mondiali). Un MOBA è un videogioco multigiocatore online in cui due squadre, solitamente composte da cinque o tre utenti, devono competere in "tempo reale" all’interno di un’arena di battaglia virtuale, al fine di ottenere più risorse durante il gioco e affrontandosi l’un l’altra, ove al contempo cercano di difendere la propria base. Esempi popolari di MOBA includono League of Legends, DOTA 2 e il nuovissimo Fortnite. Questi videogiochi presentano caratteristiche peculiari che li differenziano dagli MMO’s. Infatti, essi si svolgono all’interno di uno spazio virtuale limitato; non sono classificabili come dei Never Ending Games perché la fine di una partita coincide con l’obiettivo del gioco, cioè distruggere la base avversaria; infine, in questi videogiochi, per ogni partita l’utente ha la possibilità di scegliere un personaggio o “campione” diverso, all’interno di una vasta schiera.

Un’attenta riflessione sulle caratteristiche strutturali di queste tipologie di videogiochi è sicuramente fondamentale per comprendere la ragione per cui alcuni utenti ne facciano un uso problematico, o addirittura additivo, dipendente. Pertanto, la loro interattività permette all'utente di esperire un senso di padronanza e competenza personale, incrementando l’autostima. I premi ottenuti in gioco permettono all’utente di esperire eccitazione e gratificazione emotiva. In una accezione comportamentista Shavaun Scott (2007) parla dei MMORPG’s come delle “camere di Skinner più incredibilmente complesse che si possano immaginare”, in cui i giocatori vengono tenuti vincolati al gioco grazie all’applicazione di un meccanismo di rinforzo parziale (PRE), nonché un mix di premi familiari e nuovi, attraverso i quali vengono bilanciati i livelli di eccitazione, noia o frustrazione dell'utente.

Il PRE è una componente essenziale della dipendenza patologica dal gioco, in quanto si tratta di una gratificazione immediata, ma intermittente (per questo parziale). A causa di questa le persone continuano a giocare anche in assenza di ricompensa, con la speranza di ottenerla prima possibile. In questo sistema di rinforzo anche l’entità della gratificazione rivestirà un ruolo centrale, poiché premi importanti per il gioco, indurranno nell’utente risposte più rapide ed una maggior fidelizzazione, elicitando così il comportamento di dipendenza. Ciò spiega come mai i videogiocatori continuano a giocare anche quando ormai il gioco non li diverte più . Se poi a questi meccanismi di fidelizzazione del cliente (che si creano grazie ai rapporti sociali che si strutturano durante il gioco o attraverso il rinforzo parziale), se ne sommano altri come la richiesta di un pagamento mensile, la durata infinita del gioco e l’accessibilità persistente al gioco (i server sono accessibili in qualsiasi momento della giornata, sette giorni su sette) e la possibilità di connettere diversi dispositivi (e.g. smartphone, tablet) per monitorare l’attività o la progressione del gioco proprio e altrui, si comprende come sia ancora più elevato il rischio di dipendenza.

Conseguentemente, l’immersione sperimentata dall’utente aiuta a dimenticare i problemi e ad uscire da situazioni angosciose; la loro interminabilità consente di consumare il tempo quotidiano; la struttura “worklike” dà all'utente la sensazione di avere uno scopo e una routine. La loro natura virtuale offre agli utenti un senso di progressione e controllabilità offrendo, agli utenti, una realtà migliore in cui evadere dalla quotidianità.

Internet Gaming Addiction: le trappole virtuali

Oggi non si parla di tossicomanie, in quanto tale parola appare riduttiva poiché implica un’esaltazione psichica, caratterizzata dal desiderio di nuocere sé stessi attraverso l’uso di sostanze tossiche. Più in generale si utilizza la parola “addiction”, un termine inglese che in italiano rimanda al significato “dedizione e/o inclinazione”, che etimologicamente ha derivazione latina dal sostantivo “addictus” e dal verbo “addicere”, termini che rimandano all’idea di sottomissione e di rinuncia alla libertà. Attraverso tale digressione etimologica, sviluppata da Joyce McDougall (1991), si fa riferimento al fatto che buona parte della attività che si svolge nella vita quotidiana (gioco, sesso, televisione, acquisti, lavoro, e poi Internet, chat, esercizio fisico e video-giochi), può rendere schiavi, dominando la volontà e assorbendo gran parte del tempo, sino ad alterarne la percezione soggettiva. Caretti e La Barbera, nel 2005, hanno descritto l’addiction come una forma ossessiva determinata dall’uso disfunzionale di una sostanza, oggetto o comportamento. Nello specifico, tale esperienza è caratterizzata da un sentimento inarrestabile e da un bisogno forzato di ripetere l’atteggiamento entro una natura impulsivo-compulsiva. Questa condizione pervasiva, a caratteristica morbosa, presenta i fenomeni del craving, dell’assuefazione e dell’astinenza in relazione ad abitudini incontrollabili e inarrestabili che l’individuo non riesce ad allontanare da sé. Questi atteggiamenti, pertanto, non sono altro che dei diversivi per la monotonia quotidiana, per la noia, la solitudine, gli stressor e, talvolta, per l’infelicità e possono trasformarsi in vere droghe e in trappole per il soggetto.

Oggi, sotto il termine Internet Addiction Disorder, vengono comunemente identificati tutti quei comportamenti online che determinano un disturbo di dipendenza. Tra le forme di cyber-addiction più comuni è possibile annoverare il Cybersexual Addiction (dipendenza da cybersesso), il Compulsive online gambling (gioco d’azzardo online compulsivo), i MUDs Addiction (dipendenza da videogiochi online) e il Cyber Relationship Addiction e Information Overload Addiction. La maggior parte di queste forme di disturbo non ha ancora trovato una precisa collocazione nosografica e diverse sono ancora oggetto di studio, ad eccezione del “disturbo da gioco d’azzardo”, che è stato inserito sotto l’etichetta diagnostica “Disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction”, precisamente nella sezione dei “Disturbi non correlati a sostanze”, e del “disturbo da gioco su Internet”, inserito tra le condizioni che necessitano di ulteriori studi del DSM5 (sezione III) (APA, 2013).

Con l’etichetta diagnostica di disturbo da gioco su Internet (IGD), si fa rifermento ad un uso problematico di videogames online e offline. Gli utenti che presentano tale condizione fanno un uso persistente e ricorrente di giochi al computer ed esperiscono un complesso intreccio di sintomi cognitivi e comportamentali come la crescente perdita di controllo sul gioco, la tolleranza (ovvero la necessità di giocare sempre più) e i segni di astinenza simili a quelli che caratterizzano i disturbi da sostanze. Tra l’altro, i soggetti che soffrono di questo disturbo (proprio come quelli che hanno un disturbo da sostanze) tendono a trascurare le altre attività. Solitamente, questi ultimi, dedicano al gioco in media tra le 8 e le 10 ore o più al giorno (almeno 30 alla settimana), trascurando spesso i loro bisogni primari (cibo, sonno o igiene personale) per lunghi periodi, e i loro normali doveri (e.g. scuola e/o lavoro) (APA, 2013). Inoltre, è possibile riscontrare che spesso, i videogiocatori patologici, tendono ad essere agitati e arrabbiati soprattutto quando gli si viene impedito di utilizzare il computer o di riprendere la loro attività videoludica. Quest’ultimo fattore riveste un’importanza centrale nei videogames, in particolare per coloro che esperiscono normalmente una maggiore ansia sociale, poiché la comunicazione in Internet viene percepita dagli utenti più controllabile, quindi meno “pericolosa”. Ciò, permetterà all’utente di sentirsi libero nell’esprimere la propria opinione e la propria persona, senza dovere aver paura del rifiuto o del giudizio degli altri. Questo aspetto, sebbene possa facilitare lo sviluppo di nuove relazioni, può avere anche degli effetti secondari negativi. Tali effetti sono evidentemente riscontrabili nelle persone psicologicamente più vulnerabili, proprio perché può aiutare nel superamento delle proprie difficoltà interpersonali che generano condizioni di stress e disagio nella vita reale, costituendo allo stesso tempo un rinforzo che stimola l’utente a ripetere l’esperienza virtuale, incrementando la possibilità che, il più vulnerabile di loro, sviluppi una dipendenza nei confronti dell’oggetto tecnologico. Una quantità di tempo eccessiva dedicata ai giochi per computer, che può trasformarsi in una dipendenza, viene dunque interpretata come una strategia di coping disfunzionale.

In questa chiave di lettura, ecco che l’attività videoludica può configurarsi come un vero e proprio “rifugio della mente” nel quale ci si nasconde per evadere da una realtà frustrante e angosciante, al fine di neutralizzare le tensioni e le emozioni spiacevoli. Questo allontanamento, però, rischia di diventare prolungato e permanente (nei casi di dipendenza patologica), in quanto il soggetto utilizzando in modo eccessivo i meccanismi dissociativi, può costruirsi una realtà esterna illusoria e fantastica che tende a negare il mondo reale. La conseguenza sarà un diretto aumento della condizione di isolamento e di distorsione del Sé, delle relazioni interpersonali e dell’ambiente di appartenenza. Un esempio di tutto ciò è sicuramente la trance dissociativa da videoterminale, cioè uno stato di trance involontario in cui si manifestano fenomeni di depersonalizzazione, perdita di coscienza e alterazioni dell’identità personale (Caretti & La Barbera, 2009).

Il profilo del giocatore problematico: modelli teorici a confronto

Negli ultimi anni, gli studi condotti nel campo dell’IGD hanno posto il focus sulla personalità e sui sintomi clinici esperiti dagli utenti, attraverso l’utilizzo di strumenti di valutazione diversi per lo più self-report. Dagli studi di Faulkner e collaboratori (2015) si evince come la popolazione dei giocatori problematici sia eterogenea e come la severità dei sintomi da essi riportata sia variabile e disponibile lungo un continuum di gravità. In uno studio condotto da Billieux e collaboratori (2015) che ha coinvolto 1057 utenti di MMO’s (in particolare World of Warcraft), sono stati valutati i fattori di rischio più comuni (e.g. impulsività, motivazioni, autostima) e gli effetti del gioco (e.g. i sintomi dell’addiction, gli affetti positivi e negativi), tenendo conto anche del tempo quotidiano “speso” nel gioco. Le analisi condotte hanno permesso agli autori di identificare cinque sottotipi di giocatori, di cui tre sottotipi problematici e due regolati (non problematici) che differiscono per livelli di autostima, sintomi additivi, motivazioni e conseguenze legate all’utilizzo dei videogiochi. Recentemente Lee e collaboratori (2017) hanno proposto una classificazione in cui vengono descritti tre principali tipologie di utenti che possono presentare IGD. Questi sono:

  • I giocatori impulsivi/aggressivi: tipicamente adolescenti che utilizzano il gioco per scaricare i loro impulsi aggressivi. Essi presentano uno scarso controllo esecutivo, deficit d’attenzione, elevata impulsività, tendenza alla noia ed un’elevata ricerca di sensazioni. Presentano un umore fluttuante che passa da stati di eccitazione a stati di rabbia e frustrazione. Generalmente questi utenti preferiscono giocare ai MOBA o agli First-Person Shooter (e.g. FPS, sottogenere dei videogiochi di tipo “sparatutto” i quali adottano una visuale soggettiva diretta in prima persona), poiché questi videogiochi sono molto competitivi e violenti.
  • I giocatori emotivamente vulnerabili: solitamente donne con bassa autostima, scarsa soddisfazione nella vita quotidiana e con disturbi dell’umore in comorbilità. Sono spesso esposti a problematiche internalizzanti (e.g. nervosismo, evitamento sociale, somatizzazione), riportando anche schemi di pensiero disattivi (e.g. inadeguatezza). Giocano ai videogiochi al fine di evadere dalla realtà stressante e modificare i propri stati affettivi negativi. Sono interessati ai giochi che inducono un alto livello di immersione, in particolare i videogiochi d’azione.
  • I giocatori socialmente condizionati: solitamente giocano online per conoscere nuove persone e socializzare. Tendono ad essere tristi, tranquilli e ad avere poche relazioni sociali nella vita quotidiana. Di questa tipologia di utenti sono stati individuati due ulteriori sottotipi: il sottotipo covert, che tende a presentare una fobia sociale considerando la realtà virtuale come un luogo sicuro; il sottotipo overt che presenta tratti di narcisismo e utilizza la rete al fine di acquisire uno status elevato (dentro le gilde, clan, attività di gruppo). Solitamente questa tipologia di giocatori preferisce giocare agli MMORPG.

Negli anni sono stati condotti diversi studi al fine di comprendere quali fattori personali e sociali siano implicati nelle addiction. Dalle ricerche di Caretti e collaboratori (2005; 2012) si evince come un’infanzia traumatica, elevati livelli di alessitimia, elevati livelli di dissociazione e di impulsività siano identificabili come fattori predisponenti e correlati a tutti i fenomeni di dipendenza. Il ruolo dell’impulsività nelle addiction è confermato da numerose evidenze. L’impulsività è stata associata come tratto di personalità predominante sia nelle dipendenze da sostanze sia nelle dipendenze comportamentali. Vi sono, poi, altri fattori che possono essere sottesi all’uso compulsivo dei videogames online, i quali spesso sono correlati tra loro. Tra questi i principali sono: evasione e tendenze interpersonali schizoide, solitudine e introversione, inibizione sociale, aggressività e ostilità, inclinazione alla noia, sensation-seeking, scarso controllo degli impulsi e tratti narcisistici della personalità, bassa intelligenza emotiva, nevroticismo e uno scarso senso di autoefficacia nella vita reale opposto ad un alto senso di autoefficacia nel mondo virtuale.

Quindi, la dipendenza da giochi di Internet sembra essere accompagnata da una varietà di tratti di personalità che possono configurarsi come fattori di rischio implicati e correlati al fenomeno dell’IGD e che possono influenzare il giocatore verso la scelta di specifiche tipologie di videogiochi e attività virtuali. Tuttavia, è opportuno sottolineare che i tratti di personalità che sembrano avere un'associazione con la dipendenza da gioco su Internet devono essere valutati con attenzione, in quanto spesso è difficile cogliere il significato eziologico di tali risultati.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

Pubblicato in Blog

Sono anni ormai che si parla di sexting (crasi dei termini inglesi sex e texting), la pratica di inviare o postare messaggi di testo e immagini a sfondo sessuale, come foto di nudo o semi-nudo, inizialmente via cellulare o tramite Internet, oggi sempre più attraverso app e/o social network. Un esempio pratico sono quelle situazioni in cui gli adolescenti producono e condividono in maniera consensuale immagini “sexy” di se stessi, spesso tra fidanzati/e, utilizzando lo smartphone che possiedono ormai in età sempre più precoce.

Secondo uno studio commissionato nel 2009 dal Center di Washington, il sexting può essere suddiviso nelle seguenti tipologie:

  • Scambio di immagini e testi solamente tra due partner
  • Scambi di immagini e testi che non coinvolgono solo i due partner ma sono condivisi con altri soggetti estranei alla relazione
  • Scambi di immagini e testi tra soggetti che non intrattengono ancora una relazione ma dove almeno una delle due parti desidera averla

Il sexting, divenuto rapidamente una vera e propria moda fra i giovani soprattutto occidentali, consiste principalmente nello scambio di messaggi sessualmente espliciti e di foto e video a sfondo sessuale, spesso realizzate con il telefono cellulare, o nella pubblicazione tramite via telematica, attraverso canali come chat, social network, internet e varie app. Tali immagini, anche se inviate in origine a una ristretta cerchia di persone, in seguito si possono diffondere in modo incontrollabile e creare problemi seri alla persona ritratta.
È un fenomeno comune tra gli/le adolescenti che oggi, data la disponibilità delle nuove tecnologie, vivono in maniera inedita la fase di scoperta della propria identità e, in particolare, della propria sessualità. Il fenomeno si verifica più frequentemente tra i ragazzi delle scuole superiori e proprio per questo è importante la prevenzione durante gli anni della scuola secondaria di primo grado. Dare/diffondere un’immagine “provocante” di se stessi può rappresentare un “regalo” molto intimo o divertente per un fidanzato o una fidanzata; può anche rappresentare un modo per dimostrarsi “adulti” o “più maturi” non solo agli occhi degli altri, ma anche verso se stessi e può aiutare per gestire, a livello inconsapevole, le tante insicurezze tipiche dell’età adolescenziale.
Se non c’è da scandalizzarsi, c’è comunque da ricordare l’importanza di un’attenzione educativa alle relazioni tra i generi, al rispetto dell’altro, all’educazione affettiva e sentimentale. Perché spesso il sexting diventa un problema: il materiale che doveva rimanere privato comincia invece a girare e diventa oggetto pubblico, configurando una dinamica fin troppo nota: uno dei due può tradire la fiducia e la cassa di risonanza fornita da Internet crea un pubblico che alimenta la “vittimizzazione” di colui o colei le cui immagini sono state rese pubbliche senza il proprio consenso.

L’utilizzo delle nuove tecnologie e l’impatto che quest’uso ha nella modalità in cui il fenomeno si manifesta e nelle conseguenze che alcuni comportamenti possono avere nella vita degli adolescenti coinvolti, pone una serie di problemi che riguardano:

  • il controllo: quello che si invia o si posta online è praticamente impossibile da eliminare in forma definitiva: il rischio è di esporsi anche a possibili ricatti. Chi accede a queste immagini/video, le può usare facilmente per danneggiare volutamente chi è ritratto: un ex fidanzato/a che vuole vendicarsi o un cyber bullo possono diffondere questo materiale con estrema facilità e le vittime non avranno mai la possibilità di eliminarlo in modo definitivo.
  • la reputazione: Immagini troppo spinte o provocanti, possono nuocere alla reputazione di chi è ritratto, creare problemi con nuovi partner, o addirittura influenzare i futuri rapporti di lavoro.
  • L’adescamento da parte di adulti potenziali abusanti: dando una certa immagine di sé online, magari sul profilo di un Social Network, si possono attirare persone sessualmente interessate ai minori e che potrebbero essere incentivate ad accedere ai dati personali dei giovani utenti o a tentarne un adescamento.

È importante sapere inoltre che si può infrangere la legge. Far girare foto del genere, al di fuori dello scambio consensuale e privato, anche tra minori, può essere considerato diffusione di immagini pedo-pornografiche Con la LEGGE 1 ottobre 2012, n. 172 è stata ratificata la Convenzione di Lanzarote sullo sfruttamento e l’abuso sessuale dei minori, in particolare si definisce: Articolo 20.2 - Reati relativi alla pornografia infantile, 2. Ai fini del presente articolo, l'espressione "pornografia infantile" definisce ogni tipo di materiale che rappresenta visivamente un bambino che si dà ad un comportamento sessualmente esplicito, reale o simulato, o qualsiasi rappresentazione degli organi sessuali di un bambino per scopi essenzialmente sessuali.

Le dinamiche di sexting si contraddistinguono per alcune caratteristiche ricorrenti:

  • la fiducia tradita: nella maggior parte dei casi, chi produce ed invia contenuti sessualmente espliciti ripone fiducia nel destinatario, credendo inoltre alla motivazione originaria della richiesta (es. prova d’amore richiesta all’interno di una relazione sentimentale);
  • la pervasività di diffusione dei contenuti: in pochi secondi ed attraverso un solo click un contenuto può essere condiviso o diffuso ad un numero esponenziale di persone e piattaforme differenti; la diffusione può facilmente e velocemente divenire “virale”;
  • la persistenza del fenomeno: il materiale pubblicato in Rete vi può permanere anche per molto tempo e potrebbe non essere mai definitivamente rimosso. Un contenuto ricevuto, infatti, può essere salvato, a sua volta re-inoltrato oppure condiviso su piattaforme diverse da quelle originarie e/o in epoche successive.

Notare i cambiamenti di comportamento di bambini e ragazzi può essere cruciale per comprendere, in un primo momento, che qualcosa sta accadendo e, in un secondo momento anche con l’aiuto di un professionista, cosa nello specifico. 

Spesso, infatti, i cambiamenti comportamentali sono aspecifici, ovvero possono essere il risultato di differenti problematiche; è però fondamentale essere osservatori attenti per poter aiutare il prima possibile un bambino o un adolescente che si trovi ad esperire una situazione di difficoltà in Rete, qualunque essa sia.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

Pubblicato in Blog

L’adolescenza si caratterizza come fase dello sviluppo umano in cui l’individuo cambia le sue caratteristiche fisiche e psichiche ed inizia il processo di acquisizione delle competenze cognitive e sociali che gli permetteranno di inserirsi nel mondo adulto. Tale periodo dell’esistenza è stato tradizionalmente considerato in prima istanza dal punto di vista del processo di maturazione fisica e sessuale; la sua origine e il suo termine erano determinati e collocati nella fascia d’età compresa fra gli 11 e i 16 anni per le ragazze e fra i 13 e i 18 per i ragazzi. Gli studi successivi cominciarono a considerare l’adolescenza come un movimento d’insieme che, partendo dalle modificazioni fisiologiche della pubertà, coinvolge l’intera personalità e sfocia nell’autonomia e nell’inserimento sociale del giovane.

I limiti temporali entro i quali collocare l’adolescenza sono dunque più sfumati: il momento della maturità sociale, non più sancito da precisi rituali, varia, infatti, da soggetto a soggetto e, nelle società industrializzate, é sempre più differito nel tempo; posticipata è soprattutto l’acquisizione dell’effettiva indipendenza economica e decisionale, resa possibile dal concludersi della propria formazione e dalla collocazione nel mondo del lavoro. Ciò comporta uno sfasamento tra il raggiungimento della maturità biologica e il riconoscimento della maturità affettiva e sociale, con la conseguente acquisizione di un ruolo sociale e dell’identità di adulto.

Parlare di adolescenza in maniera indifferenziata può dunque risultare fuorviante. Occorre tenere in conto la pluralità di “adolescenze”, diverse in rapporto al contesto sociale e culturale, al genere sessuale, agli eventi di vita (che possono influenzare in modo significativo questo periodo della vita protraendolo, ritardandolo, sacrificandolo), all’età considerata, ognuna delle quali presenta caratteristiche peculiari.

Gli anni dell’università segnano solitamente un graduale passaggio dalla fase finale dell’adolescenza alla prima età adulta. Questa gradualità, negli ultimi anni sembra andare incontro ad una crescente dilatazione dei tempi. Infatti si tratta di un arco di tempo abbastanza lungo che va dai 18 ai 25 anni e che può essere influenzato nella sua durata sia da fattori interni che da fattori esterni.

Il termine finale dell’adolescenza di fatto non si appoggia, a differenza del suo inizio, su modificazioni fisiologiche evidenti, quindi può presentare caratteri spesso elusivi e sfuggenti. Blos sottolinea come il prolungarsi di questi tempi in quella che Erikson definiva una “moratoria psicosociale”, insieme alla mancanza di modelli ben definiti e univoci dell’essere adulto, contiene in sé sia la possibilità di un elevato grado di differenziazione e di individuazione della personalità, sia, contemporaneamente, un maggiore rischio di sviluppi devianti che sempre più spesso assumono, nelle nostre società, l’aspetto di una difficoltà ad uscire da questa lunga fase tardo o post adolescenziale. La tarda adolescenza può diventare allora una sorta di interminabile viaggio durante il quale il giovane rischia di perdersi in percorsi tortuosi che elicitano, in lui ma anche in chi gli sta attorno, l’angoscia di rimanere bloccato. E non è un caso che spesso l’università diventi il luogo, anche fisico, di questo “perdersi” e di questo “bloccarsi”.

L’ultima fase dell’adolescenza presenta caratteristiche peculiari. Il tumulto della prima fase adolescenziale è ormai concluso e sembra aver lasciato lo spazio ad una maggiore tranquillità. Ma ancora non tutti i processi si sono compiuti. Potenzialmente uno dei vantaggi di questa fase di transizione starebbe infatti anche nella maggiore possibilità di scelte di vita e in una maggiore libertà.

Tuttavia è frequente che i giovani di questa età vivano la responsabilità delle scelte non come una libertà, ma come un obbligo, e questi vissuti di angosciosa incombenza si evidenziano con particolare intensità proprio nel momento della scelta della facoltà, quando il giovane si scontra spesso con la percezione del vincolo rappresentato dalle proprie necessità interiori, dagli obblighi e dalle rinunce imposti dai conflitti infantili irrisolti che ora non sembra più possibile eludere o rimandare.

La fase di passaggio dalla tarda adolescenza alla prima età adulta si caratterizza, tra l’altro, anche per le maggiori capacità di autodeterminazione, di orientamento rispetto alla realtà e di efficienza che sembrano essere richieste ai giovani, anche quando non sia presente un immediato inserimento nel mondo del lavoro.

Sulla base di queste considerazioni alcuni autori collocano intorno ai 18 anni l’inizio di una seconda fase del processo di separazione adolescenziale. Petrelli nota come, più che il distacco fisico dai genitori, sarebbero rilevanti nell’attivare i processi di separazione le diffuse aspettative culturali di indipendenza e di progressiva autonomia insieme alla necessità di compiere scelte, più o meno definitive, che vadano delineando una crescente capacità di un duraturo “impegno” in nuovi rapporti oggettuali e rispetto ad un futuro inserimento professionale e lavorativo.

Scabini, adottando una prospettiva familiare trigenerazionale, evidenzia come “separarsi” dai propri genitori per l’adolescente significa anche impegnarsi nella costruzione della propria identità, vivendo in uno stato di continua oscillazione tra desiderio di autonomia e di indipendenza, da una parte, e di dipendenza dall’altra; invece per i genitori l’adolescenza dei figli può divenire il luogo di una rivisitazione del proprio processo di separazione-individuazione dalla famiglia di origine. Tale processo implica anche una riorganizzazione della vita di coppia in previsione dell’uscita da casa del figlio e della presa in carico dei propri genitori, divenuti ormai anziani. La contemporaneità di processi e sviluppi, o involuzioni, di questa fase della vita può essere pertanto letta all’interno di un arco almeno trigenerazionale, in cui il processo di emancipazione del figlio sarà favorito o ostacolato dalla capacità dei genitori di ben tollerare il progressivo distacco dal figlio e dalla capacità della generazione più anziana di promuovere tale processo, oltre che di accettare i cambiamenti di ruolo all’interno del sistema familiare.

I processi separativi in atto in questa fase sfociano spesso nello stabilirsi di una maggiore distanza emozionale dalle figure genitoriali a cui si accompagnano spesso sentimenti di perdita, di nostalgia e di rabbia, ma anche vissuti di ansia, di incertezza per il futuro e di depressione. Questa distanza emozionale viene a crearsi dopo un periodo caratterizzato da un intenso bisogno di conoscenza di sé e di autoriflessione, ma allo stesso tempo di estrema insofferenza nei confronti dei tentativi degli adulti di approfondire tale conoscenza. Questa insofferenza sembra derivare dall’acuta consapevolezza, propria di questa fase della vita, della differenza tra l’essere osservato e l’essere compreso, per cui all’estremo bisogno di essere compresi si affianca il rifiuto di essere osservati e studiati.

Questi aspetti sono descritti da molti autori, tra cui Erikson, come tentativi di un processo “auto-terapeutico” caratteristico dell’adolescenza e che vede l’individuo scindersi in una parte soggettiva che vive l’esperienza e in una parte oggettiva che la osserva.

Fanno parte di tali processi auto-terapeutici sia l’abitudine di tenere un diario sia l’innamorarsi, specialmente quando l’oggetto è idealizzato e inaccessibile. Erikson in particolare sottolinea l’aspetto auto-terapeutico dell’innamoramento adolescenziale in quanto l’investimento dell’altro appare finalizzato, anche in questo caso come spesso nell’amicizia, ad una migliore definizione della propria identità mediante la proiezione di aspetti di sé su un'altra persona per vederli, così, riflessi e chiariti.

Blos identifica, fra i tentativi auto-terapeutici adolescenziali, anche la vasta gamma di produzioni creative di tipo artistico che durante questa fase rappresentano spesso uno sforzo di oggettualizzare aspetti del proprio Sé.

Una delle difficoltà di uscire dall’adolescenza diventando adulti, impegnandosi in scelte che siano autentiche, è espressa nei termini dell’angoscia di essere sospinti verso un adeguamento eccessivo alla realtà esterna e di perdere così sia l’autenticità dell’adolescenza sia la spinta propulsiva delle illusioni, essendo costretti a scegliere un dovere e un lavoro non integrati e scissi dal piacere e dal gioco. Viceversa la possibilità di non scivolare verso uno sviluppo “falso” o “compiacente” (il Falso Sé winnicottiano) sembra passare attraverso la capacità di mantenere un qualche contatto emotivo con le proprie parti piccole che racchiudono i propri infantili sensi di incapacità, di vergogna e di colpa, ma anche i desideri e le illusioni dell’infanzia che mantengono viva la possibilità di emozionarsi e di giocare.

In questa fase della vita c’è la necessità di una estrema cautela diagnostica rispetto all’adolescente in quanto in questa fase tali aspetti sono parte dei processi di disintegrazione e integrazione che si accompagnano allo sviluppo e non vanno perciò considerati necessariamente come indicatori di una patologia grave. Più che in altre fasi della vita, in adolescenza la contemporanea presenza di forti sconvolgimenti e di profonde riorganizzazioni psichiche rende infatti arduo operare una netta distinzione tra aspetti normali e patologici.

I tratti a cui si è fatto riferimento possono concorrere a dar luogo, soprattutto nella tarda adolescenza, ad una acuta e, in certi casi, esasperata sensibilità e consapevolezza nei confronti dei processi psichici in atto al proprio interno; di fatto alcuni giovani di questa età sono particolarmente interessati ad approfondire la conoscenza del proprio mondo psichico, cosa che li rende recettivi ad un approccio psicoterapeutico. Infatti non è un caso che, come è stato notato, molti dei primi pazienti che contribuirono alla “scoperta” della teoria psicoanalitica, appartenessero a questa fascia d’età: Anna O. aveva 21 anni, Katharina 18, Elisabeth von R. 24, Dora 18, “l’uomo dei lupi” 23, e “un caso di omosessualità femminile” 18.

Il disagio dei giovani coinvolge anche il mondo degli adulti e, nella società attuale, la disorientata ricerca di contenuti e valori che possano dare senso e direzione alla crescita, fa sì che adulti e adolescenti siano sempre più spesso accomunati piuttosto che contrapposti.

Nelle società occidentali i “ruoli genitoriali” non coincidono con le “funzioni” effettivamente svolte dai genitori. Questi ultimi si sforzano di essere amici o compagni o confidenti dei propri figli. In questo modo non assolvono al ruolo loro assegnato, che prevede la funzione di spingere e contenere, di provocare e di accogliere, ma anche di costituire un punto fermo, tale da reggere la confusione, l’ansia, l’aggressività proprie del momento evolutivo nel quale si trovano a vivere gli adolescenti.

Un’altra tendenza presente nella società attuale riguarda la famiglia ed è relativa a una sorta di “maternalizzazione” della figura paterna. Il padre, soprattutto in alcuni specifici contesti socioculturali, tende a essere connotato da ruoli e funzioni svolte, in passato, prevalentemente dalle madri. Pietropolli Charmet rileva come, in contesti socioculturali medio-alti, il padre tenda ad instaurare con i propri figli relazioni di tipo affettivo-contenitivo, entrando in competizione con la madre. Si starebbe dunque realizzando quella “società senza padri”, che è strettamente correlata all’attuale “adolescenza interminabile”.

A tale cambiamento di ruoli e funzioni corrisponde, da parte dei genitori, la tendenza a promuovere la soddisfazione dei bisogni primari di dipendenza, accoglimento e appartenenza con ripercussioni sul processo di autonomia dei giovani. In conseguenza di ciò la famiglia diventa sempre più spesso “rete di protezione” per il giovane, assumendo la forma di “famiglia lunga” che ritarda l’ingresso nel mondo degli adulti. Da tutto ciò deriva la difficoltà di definire, in modo preciso, quando si può considerare conclusa l’adolescenza.

Un particolare gruppo di giovani, appartenente a questa fase dell’adolescenza definita tardo adolescenza, è costituito dagli studenti universitari, che, rispetto al loro momento evolutivo, si trovano a vivere alcune specifiche problematiche.

Il periodo che coincide con gli studi universitari costituisce l’arco temporale in cui l’adolescenza viene abbandonata e l’istituzione accademica finisce col costituire il naturale contenitore deputato alla gestione della transizione dall’adolescenza all’età adulta o, per lo meno, di una parte non secondaria a tale processo.

D’altra parte, nella società contemporanea le istituzioni scolastiche scandiscono e organizzano il succedersi delle età, definiscono le tappe e le competenze, e strutturano qualcosa di analogo a stadi di sviluppo. Ciò fa sì che esse forniscano, in analogia con i primitivi riti di iniziazione, una sorta di regolarizzazione sociale al succedersi delle età e che il processo di maturazione di un individuo presenti una stretta relazione con il contesto nel quale si svolge.

Da ciò ne deriva che l’istituzione accademica, con i suoi membri e con gli scopi che si prefigge, costituisce un elemento importante a cui i processi maturativi debbono riferirsi, un regolatore esterno che, come tale, può accogliere, facilitare o viceversa, rallentare e bloccare per sempre tali processi maturativi.

Lo status di studente universitario aggiunge, quindi, alle difficoltà generali della popolazione giovanile alcuni elementi specifici. L’inizio degli studi universitari rappresenta, per certi versi, il primo vero ingresso nella vita adulta, ma nello stesso tempo corrisponde a un periodo di sospensione nei confronti di impegni sociali e di scelte definitive. Si alimenta in tal modo una certa indeterminatezza dell’identità personale e sociale, su cui possono innestarsi fattori di crisi. In secondo luogo, le aspettative nei confronti dello studio, le domande e i dubbi relativi al futuro, gli sforzi ed eventualmente le frustrazioni legati ai risultati, costituiscono spesso fattori di stress e possono produrre la caduta delle motivazioni e il timore di affrontare le prove.

D’altra parte le istituzioni educative, per come sono organizzate, sono contesti che spesso non facilitano la crescita e l’evoluzione dei giovani. Il rendimento e i risultati quantificabili rappresentano il principale, e spesso l’unico, criterio considerato per la valutazione degli studenti. Scarsa attenzione viene rivolta al concetto di crescita emozionale e, comunque, ciò accade solo quando tale aspetto interferisce con il livello di “produttività” dello studente.

Altri fattori possono essere responsabili dell’insuccesso accademico e sono collegati alle notevoli trasformazioni del sistema dell’istruzione superiore e all’aumento del numero di studenti che hanno la possibilità di iscriversi all’università, in seguito al più diffuso benessere economico.

Vanno poi anche considerate le incertezze relative alla scelta della facoltà e al piani di studi e la difficoltà di individuare utili collegamenti tra il mondo accademico e il mondo del lavoro. L’ingresso in ambito accademico presuppone che il giovane abbia già effettuato una scelta che definisce l’oggetto dei suoi studi: questo avrà, a seconda dei casi, una più o meno stretta attinenza con il campo in cui egli progetta o fantastica di svolgere la sua futura attività lavorativa. Blos concepisce la scelta lavorativa come il tentativo di delimitare il campo di interesse specifico, che offre la possibilità e contemporaneamente impone la necessità di misurarsi con un’area conflittuale irrisolta. Jaques riconduce la scelta di un determinato compito professionale alle spinte riparative più profonde e alla fantasia di restaurare e ricreare simbolicamente, attraverso l’assolvimento del compito, oggetti d’amore e parti del sé, sentiti come perduti o danneggiati. Quindi le radici più profonde della motivazione affondano nelle prime esperienze infantili e sono le stesse che possono dare forma, molto spesso, al sogno del “cosa farò da grande”.

La realtà dell’inoccupazione giovanile, dell’assenza di chiare prospettive lavorative, del decadimento dei percorsi che tradizionalmente potevano garantire uno sbocco sicuro, costituisce lo scenario poco incoraggiante in cui il tardo adolescente è chiamato ad effettuare la sua scelta. Secondo Blos determinante al fine della scelta è il tentativo di riconsiderare situazioni infantili conflittuali irrisolte, fino a quel momento allontanate grazie all’operare dei meccanismi di difesa che si dispiegano nel corso delle prime fasi adolescenziali, per integrarle, includerle nell’area di interessi dell’Io. Ciò dà luogo alla delimitazione degli scopi che divengono “compiti permanenti” nella vita di un individuo. Infatti le conflittualità sottostanti, se sufficientemente integrate nel corso della tarda e della post adolescenza forniscono una intensa forza motrice che si evidenzia nel corso di tutta la vita dell’individuo.

Questo compito di delimitazione degli scopi, di definizione dell’identità adulta, va d’altra parte inquadrato nell’ambito dei movimenti separativi dalle figure genitoriali, che divengono più intensi e che richiedono un mutamento qualitativo. Mentre nell’infanzia e nella prima adolescenza la problematica di separazione riguardava fondamentalmente i genitori reali, e conseguentemente il distacco, la capacità di sganciamento, l’autonomizzazione che era possibile conseguire a questi, nella fase tardo-adolescenziale separarsi significa anche prendere le distanze e differenziarsi dalle immagini parentali interiorizzate.

In molti casi la laurea, vista come mezzo per raggiungere la promozione ad un livello sociale ed economico, acquista il significato interiore di segno tangibile del distacco dai genitori, un distacco che, soprattutto quando la distanza è grande, implica un sopravanzarli, che è vissuto come un “farli fuori”, dimostrandosi superiori a loro, e si scontra perciò con forti ostacoli interni. Il desiderio di essere superiori ai propri genitori non può non suscitare infatti forti sensi di colpa che traggono ulteriore alimento anche dall’aggressività provata nei confronti dei genitori stessi nell’affrontare le difficoltà della separazione.

In definitiva la scelta deve essere espressione della possibilità di portare sul piano della realtà qualcosa che era rimasto fondamentalmente nel dominio della fantasia, integrando in tal modo aree della mente e processi di pensiero che nel corso della prima adolescenza potevano funzionare e procedere in modo separato.

In un tale contesto per molti giovani le problematiche relative agli studi finiscono col costituire un mezzo attraverso il quale essi tendono a esprimere un disagio emozionale che, pur avendo origine da profonde conflittualità irrisolte derivanti dal passato, viene riattivato dal confronto con il contesto istituzionale nel quale si trovano a vivere.

L’inizio degli studi universitari comporta, infatti, la necessità di misurarsi con una serie di cambiamenti radicali che, anche per la loro contemporaneità, possono mettere a dura prova le capacità adattive dei giovani. Vi è intanto una accelerazione dei movimenti separativi rispetto alla famiglia e più in generale dal contesto di origine; questi possono essere sanciti anche dalla distanza geografica, come accade per gli studenti fuorisede. In molti casi, in particolare per quanto riguarda i giovani che provengono da famiglie di un livello sociale più basso, nell’entrare in contatto con il contesto accademico può essere invece avvertita una distanza culturale tale da determinare un impatto traumatico.

Altrettanto problematica è la perdita del fondamentale spazio di riferimento rappresentato dal gruppo classe e dal collaudato sistema di relazioni sperimentato in questo ambito; questo comporta anche il venire meno di quella funzione di controllo garantita dal quotidiano rapporto con i professori e dunque la necessità di imparare ad autoregolare i ritmi dell’apprendimento. È questo un compito che può rivelarsi arduo e conflittuale, mettendo in crisi modalità di lavoro fino a quel momento funzionali.

La possibilità di investire positivamente le discipline che sono oggetto del corso, rappresenta anche un importante indicatore della praticabilità della scelta effettuata dal giovane; spesso infatti, ed in particolare in alcune Facoltà, le discipline dei primi anni hanno una valenza propedeutica e tendono ad essere sentite dai giovani come non attinenti alla formazione prescelta.

L’adolescenza e la tardo adolescenza sono caratterizzate intrinsecamente da una condizione di trasformazione, di frattura. Ci sono tuttavia delle circostanze in cui il mutamento richiesto, per condizioni interiori o esteriori, sembra essere ancora più radicale, come quando, ad esempio, questo passaggio, già difficile, si associa ad un trasferimento che implica il distacco concreto dai luoghi noti e da tutto il proprio ambiente di vita. Winnicot mette in evidenza l’importanza dello stabilirsi di una strutturata e dinamica relazionalità con l’ambiente delle cose, degli oggetti, relazionalità che si fonda sia su sentimenti di partecipazione e appartenenza che sulla consapevolezza della separazione e differenziazione di sé dagli oggetti dell’ambiente. Nel corso dello sviluppo quelle parti del Sé che erano state proiettate su aspetti dell’ambiente e dei luoghi originando il sentimento di appartenenza, vengono poi reintroiettate gradualmente all’interno dell’individuo e vi ricostruiscono un mondo di oggetti mentali, fantasie e ricordi.

Così, chi si allontana dai propri luoghi e dal proprio ambiente può ricostruire dentro di sé il suo mondo. Resta tuttavia sempre anche un legame con gli oggetti reali e i luoghi concreti che origina un sentimento di nostalgia. In chi si trasferisce questo sentimento di nostalgia, che si basa sulla percezione che parti di sé, rimaste come vincolate ai luoghi e all’ambiente della propria infanzia, siano irraggiungibili e perdute per sempre, interferisce con la possibilità di integrarsi nel nuovo ambiente, dando luogo ad intensi sentimenti di sradicamento e di perdita. L’esperienza del trasferirsi in altri luoghi in molti casi è un’occasione importante di sviluppo e di crescita, comporta un allargamento ed un arricchimento dei propri orizzonti di vita, il dischiudersi di nuove potenzialità, conoscenze e acquisizioni; segna però sempre anche una frattura con il passato, tale da minacciare in casi estremi l’identità stessa, i suoi punti di riferimento interni ed esterni.

Nei primi anni di università gli studenti, specialmente quelli fuori sede, si trovano spesso a dover affrontare una profonda crisi di appartenenza che si manifesta con acuto disagio psichico, caratterizzato da sentimenti di spaesamento e solitudine, impossibilità di inserimento e rilevanti difficoltà ad apprendere.

Molti Autori hanno sottolineato che in questa fase della vita il permanere in uno stato di dipendenza protratta o di semi-dipendenza, in cui si rivelano paralizzanti e paralizzate le spinte aggressive verso le figure genitoriali, possa sfociare in una condizione di “impasse”, soprattutto quando queste problematiche si riflettono nel rapporto con lo studio.

In queste condizioni non è facile distinguere quanto ciò che dall’esterno appare come incertezza e tentennamento sia una reale impasse, o quanto si tratti invece di una “moratoria” necessaria a compiere un lento e silente lavoro di integrazione interiore; questa fase resta tuttavia un periodo critico, anche nel senso della potenziale pericolosità del protrarsi di una condizione che offre comunque il fianco a pericolosi percorsi verso situazioni di paralisi.

Diventa quindi a volte necessario fornire al giovane studente un aiuto nel processo di adattamento al nuovo ruolo col quale si confronta, quello cioè di studente universitario, e ai compiti evolutivi connessi: essere ammesso all’università, svolgere le attività didattiche, superare gli esami, portare a termine gli studi nei tempi previsti. Per superare le varie tappe evolutive connesse al proprio ruolo gli studenti debbono confrontarsi con normali livelli di ansietà, con aspettative irrealistiche e con eventuali problemi psicologici irrisolti.

Per offrire, quindi, un sostegno agli studenti e per aiutarli a superare gli eventuali ostacoli che possono frapporsi sul loro cammino può essere utile fornire loro spazi, quali un percorso di psicoterapia o di sostegno psicologico, dove vengano sostenuti nel tentativo di esplorare le difficoltà emozionali interne che in certi casi interferiscono con la conquista delle loro potenzialità e con i loro studi universitari.

 

Bibliografia

Blos P. (1962) L’adolescenza. Un’interpretazione psicoanalitica. Tr.it FrancoAngeli, Milano.

Blos P. (1979) L’adolescenza come fase di transizione. Tr.it Armando, Roma.

De Beni R., Lis A., Sambin M. Trentin R. (1997) (A Cura di) Il disagio psicologico degli studenti universitari. Proposte, progetti, riflessioni. Guerini, Milano.

Diatkine R. (1985) Diventare adolescenti, restare adolescenti. In Bergeret J., et al (1985) Adolescenza terminata. Adolescenza interminabile. Tr.it Borla, Roma.

Erikson E. H. (1968) Gioventù e crisi d’identità. Armando, Roma.

Erikson E. H. (1999 nuova edizione) I cicli della vita. Continuità e mutamenti. Armando, Roma.

Ferraro F., Petrelli D. (2000) (A Cura di) Tra desiderio e progetto. Counseling all’università in una prospettiva psicoanalitica. FrancoAngeli, Milano.  

Scabini E., Donati P.R. (1988) (A Cura di) La famiglia lunga del giovane adulto. Vita e Pensiero, Milano.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

Pubblicato in Blog
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.