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Vaccinarsi o non vaccinarsi? Questo è il problema….

Un Amleto moderno probabilmente porrebbe questa domanda al suo fidato teschio.. 

Ma la risposta non è proprio semplice… o meglio… la risposta è “Ovviamente SI”, bisogna vaccinarsi… eppure c’è una grossa fetta della popolazione mondiale che la pensa diversamente. 

 

 

Che ruolo abbiamo noi psicologi in tutto questo? Come dovremmo porci? Nell’articolo che segue un collega, presidente della nostra cassa previdenziale (Enpap) e fondatore di un’associazione di categoria, prova a dare una risposta a queste domande. 

Non è mia abitudine copiare nel mio sito un articolo non scritto da me, ma per questo argomento farò un’eccezione, perché io non avrei saputo trovare parole migliori. 

Vi lascio all’articolo, buona lettura. 

 

 

In questo momento, in Italia come nel resto del mondo, le istituzioni si raccontano impegnate a mettere in campo ogni sforzo per raggiungere, attraverso la vaccinazione di massa, quella immunità di gruppo che pare essere l’unica condizione in grado di metterci al riparo dalle tragedie della pandemia da Covid.

Nella narrazione più diffusa, l’ostacolo finale al raggiungimento di questo obiettivo strategico pare essere la mancata volontà di un gruppo multiforme di persone che non sono disposte a vaccinarsi, a cui è stato il nome generico di “No-Vax”.

Chiaramente, in questo contesto, si sprecano gli appelli alla responsabilità, le comunicazioni motivanti, le minacce più o meno esplicite di attivare un obbligo vaccinale di legge. Tutte strategie finalizzate a convincere, coloro che non vogliono vaccinarsi, a farlo e a farlo presto.

E in questo contesto di tensione anche gli Psicologi prendono posizione.

Il problema, secondo me, è che lo fanno semplicemente allineandosi al “mandato istituzionale dettato dalle norme dello Stato”. E davvero mi sembra un po’ striminzito, come contributo della nostra categoria ad un dibattito che lacera il Paese.

Non vorrei che, ancora una volta, mancassimo di valorizzare le vere prerogative della nostra professione che massimamente in fasi come quella che stiamo attraversando possono essere utili alla collettività.

Ho il timore che anche noi Psicologi smettiamo di esercitare quella capacità di ascolto dell’altro sempre e comunque che è il nostro principale strumento per sostenere il cambiamento, oltre che per operare la salvaguardia del  “diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia” prescritto dal nostro Codice Deontologico. E che al posto dell’ascolto e del dialogo anche noi, come Categoria, portiamo prescrizioni e dettati normativi, con la fantasia che possano essere utili a far cambiare posizione alle persone in una situazione così altamente emotiva come questa vera guerra contro il Covid.

Il movimento anti-vaccinale non nasce con il Covid ma di certo le campagne di vaccinazione di massa promosse per uscire dalla pandemia gli hanno dato una accresciuta visibilità, rafforzandolo.

La maggior parte della comunicazione istituzionale realizzata per incentivare le vaccinazioni, quando non si limita a declinare un obbligo morale o di legge, parte dal presupposto che chi non vuole vaccinarsi non abbia le corrette informazioni scientifiche o non abbia la capacità di comprenderle (modello del “deficit di comunicazione scientifica”).

Questo tipo di comunicazione è stata quindi incentrata sul fornire, nella maniera più chiara possibile, le prove scientifiche e sullo sfatare, con la massima razionalità, i miti relativi ai vaccini ma si è dimostrata sostanzialmente inutile o addirittura controproducente. Gli studi, condotti in diverse parti del mondo, rilevano che anche l’approccio di evidenziare i miti anti-vaccinali e di confutarli con prove razionali non modifica atteggiamenti e comportamenti ma, anzi, rischia di creare una sorta di effetto boomerang.

Alla radice del fallimento di queste campagne sembra esserci la supposizione che gli atteggiamenti delle persone si basino sulle prove e sulla razionalità. Ma, da Psicologi, sappiamo che fin troppo spesso le persone sviluppano i loro atteggiamenti attraverso intuizioni, emozioni e “risposte viscerali” che per loro è difficile articolare razionalmente, mentre sono motivate a cercare prove a sostegno del loro atteggiamento, selezionandole e criticandole in modo selettivo al fine di rafforzare le loro credenze.  Così prove deboli, ideosincratiche, basate su casi singoli o “per sentito dire” sono fatte proprie, nella misura in cui rafforzano la conclusione cui si è motivati a giungere, mentre prove basate sulla ricerca scientifica, istituzionali ma incoerenti con le proprie posizioni vengono scartate come irrilevanti, errate o false.

Per queste persone sarà, quindi, assolutamente ininfluente ribadire le innumerevoli prove a sostegno di una posizione scientifica, perché in questo modo non si riuscirà ad affrontare le motivazioni sottostanti l’elaborazione parziale delle informazioni dovuta ai loro atteggiamenti.

Per modificare gli atteggiamenti (e i comportamenti conseguenti) è fondamentale arrivare ad incidere su quelle che sono le loro “radici”: le paure sottostanti, le questioni identitarie, le visioni del mondo che conferiscono agli atteggiamenti il potere di mantenere salde e stabili alcune convinzioni anche di fronte a prove che potrebbero contraddirle.

 

Gli studi recenti hanno esaminato, in particolare, quattro “radici” degli atteggiamenti che sottostanno alle credenze e ai comportamenti anti-vaccinali:

  • le credenze cospirative, per cui le persone sono portatrici di una “visione cospirazionista” del mondo, in cui ci sono reti nascoste di interessi che cercano di orientare malevolmente la massa sforzandosi di mantenere segreti dati rilevanti (ad es., Big Pharma e altri portatori di interessi segreti esagerano i benefici dei vaccini e non segnalano i loro pericoli, tengono nascosti percorsi di cura alternativi, ecc.). Questa visione del mondo fornisce un metodo efficace per ordinare, prevedere e dare un senso all’universo, anche e soprattutto in condizioni di incertezza;
  • la sensibilità al disgusto, per cui alcune paure o vere fobie possono essere alla base di credenze antiscientifiche (ad es., le persone che hanno reazioni intense di ribrezzo per il sangue, gli aghi, gli ospedali, la sofferenza fisica possono sviluppare atteggiamenti che permettano loro di evitare i fattori scatenanti della loro paura, come il rifiuto degli interventi tecnico-medici di vaccinazione);
  • la reattanza, la tendenza delle persone ad avere una bassa tolleranza per le violazioni delle loro libertà, per cui chi è portato a rappresentarsi come anticonformista e libertario, mostrandosi scettico verso le opinioni consensuali e intollerante verso coloro che gli “dicono come pensare”, può essere motivato a rifiutare opinioni che ritiene massificate (es., “l’immunizzazione è buona”) proprio per comunicare a sé e agli altri la sua identità;
  • la visione individualistica del mondo, per cui le persone pensano che sia meglio che ogni individuo prenda le decisioni per sé stesso, in opposizione al fatto che sia la società o un governo a prendere decisioni per tutti. Questo può condurre, da un lato, al sospetto che Big Pharma stia facendo grandi affari con i vaccini, associandosi con scetticismo verso la vaccinazione. Dall’altro, è possibile che l’immunizzazione di massa possa essere vista come un’iniziativa eccessivamente intrusiva da parte dei governi sulla vita dei singoli.

Le correlazioni tra questi moventi profondi e gli atteggiamenti anti vaccinali sono stati studiati già in epoca pre-Covid. In uno studio del 2018* sono stati analizzati sistematicamente i dati al riguardo provenienti da 24 nazioni, sia della parte più economicamente sviluppata che da quella meno industrializzata del mondo, per esaminare empiricamente la misura in cui ciascuna di queste radici psicologiche incide sull’emergere di atteggiamenti anti-vaccinali.

In particolare, il ruolo particolarmente forte delle credenze cospirative nel sostenere gli atteggiamenti anti-vaccinali aiuta a contestualizzare meglio il motivo per cui fornire informazioni correttive o sfatare i miti sulle vaccinazioni tende ad essere inefficace o controproducente: mentre per la maggioranza delle persone i messaggi ufficiali che affermano il consenso scientifico sulla vaccinazione sono rassicuranti, per coloro che hanno una visione cospirativa del mondo quegli stessi pronunciamenti ufficiali possono essere percepiti proprio come la prova dell’esistenza di una cospirazione.

Alla luce di queste conoscenze, un modo più efficace per sostenere il cambiamento è identificare i motivi psicologici alla base dell’atteggiamento di rifiuto della vaccinazione e adattare gli interventi comunicativi, in modo da renderli coerenti con le motivazioni profonde che portano le persone allo scetticismo.

Nello specifico, è controproducente cercare di ridurre il pensiero cospirativo opponendovisi in maniera diretta. Piuttosto, accettando di confrontarsi con la visione del mondo che sottende questo pensiero, si può riconoscere la possibilità di cospirazioni per mostrare come possano altresì esserci interessi consolidati e cospirativi orientati proprio ad oscurare i benefici delle vaccinazioni e ad esagerarne i pericoli.

Allo stesso modo può non essere possibile ridurre i livelli di reattanza delle persone ma è possibile far loro rilevare che i movimenti anti vaccinali esercitano una forte pressione di gruppo sul conformismo dei loro membri, scoraggiando proprio la loro libertà individuale.

Per coloro che partono da una difficoltà con l’esposizione al sangue, all’ospedalizzazione e al dolore, l’evitamento della vaccinazione è una strategia di riduzione dell’ansia a breve termine ma si può incidere sull’atteggiamento anti-vaccinale intanto accogliendo i loro timori e ricordando loro le conseguenze della malattia in termini di sintomatologia, ospedalizzazione, sofferenza.

E anche con coloro che portano una visione individualistica del mondo si può argomentare, accogliendo il dubbio sulla misura opportuna dell’invadenza dello stato sulle scelte individuali e, al contempo, sottolineando la condizione di emergenza in cui questo accade e i benefici (in termini economici, sociali, di libertà di movimento, ecc.) conseguibili per l’individuo attraverso la vaccinazione.

La persuasione, quindi, anche in questo caso, si può basare solo su messaggi che comprendano e tengano conto delle diverse motivazioni profonde che sostengono l’atteggiamento scettico o avverso sui vaccini. E questi  messaggi vanno veicolati in termini differenziati (se non personalizzati) per entrare in rapporto con i diversi segmenti di quella componente della popolazione.

Da questo punto di vista, allora, l’obiettivo collettivo a cui possiamo contribuire, come psicologi, è proprio quello di sostenere la capacità di ascolto delle motivazioni di tutti, di aiutare ad entrare in relazione con le paure, le ideologie e le tematiche identitarie anche di chi tiene un atteggiamento anti-vaccinale.

È questo il valore della nostra professione che in questo momento più che mai serve al Paese.

 

 

Link all’articolo originale: 

https://felicetorricelli.it/psicologi-e-vaccini-cosa-sappiamo-e-cosa-possiamo-fare/

 

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Uno psicologo, uno psicoterapeuta ed uno psichiatra entrano in un bar…

Il titolo ricorda molto quelle vecchie barzellette in cui tre persone molto diverse da loro per razza, o per nazionalità, o per altre caratteristiche peculiari della personalità, entrano in un bar e ognuna di loro risponde in modo molto diverso ad una situazione. Solitamente queste barzellette puntavano ad esaltare delle differenze che si rifacevano a qualche luogo comune.

Ho usato questo titolo perche solitamente le tre figure professionali del titolo sono anch’esse permeate e circondate da luoghi comuni, e spesso le si confonde tra loro con il risultato che chi ha bisogno di aiuto non sa bene a chi rivolgersi.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza, iniziando dalla differenza tra i percorsi formativi e la natura della loro attività professionale.

Diventare Psicologo: Lo Psicologo è laureato in Psicologia, ha svolto un tirocinio professionale di un anno, ha superato l’Esame di Stato per l'abilitazione professionale e si è iscritto all’Albo professionale (Sezione A) dell’Ordine degli Psicologi. Senza l'iscrizione all'Albo (Sezione A) non si ha diritto ad utilizzare il titolo di “Psicologo”, ma soltanto quello di “Dottore in Psicologia”. Nel 2001 è nata la figura del “Dottore in Tecniche Psicologiche” che, a differenza dello Psicologo che ha una laurea quinquennale, ha conseguito una laurea di soli tre anni, ha effettuato un tirocinio di 6 mesi, ha superato l’Esame di Stato per l’abilitazione professionale e l’iscrizione all’Albo – Sezione B. Poiché il panorama formativo si sta facendo sempre più complesso, queste precisazioni sono doverose al fine di definire la figura dello Psicologo e distinguerla da figure professionali limitrofe. In ogni caso è possibile controllare l’iscrizione all’Albo di uno Psicologo consultando la sezione Albo Nazionale del sito del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi.

Diventare Psicoterapeuta: Il percorso formativo per diventare Psicoterapeuta è piuttosto lungo. Innanzi tutto occorre essere o Psicologo o Medico chirurgo, regolarmente iscritto al proprio Albo professionale. In secondo luogo occorre frequentare una scuola di specializzazione in psicoterapia della durata di almeno quattro anni riconosciuta dal Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca.

Diventare Psichiatra: Lo Psichiatra ha una laurea in Medicina e Chirurgia e una specializzazione post-lauream in Psichiatria. Ovviamente anche lui fa riferimento al suo ordine professionale al quale si iscrive dopo la laurea e dopo aver sostenuto l’esame di stato.

Anche nella pratica clinica l’approccio di queste tre figure professionali può essere molto diverso.

Lo Psicologo svolge la propria attività professionale in settori molto diversi: nel settore clinico, occupandosi di disagio mentale, nel settore scolastico, promuovendo il benessere psicologico all’interno degli istituti scolastici, nel settore organizzativo, operando per migliorare il funzionamento di aziende e industrie, e nel settore accademico, svolgendo ricerca e insegnamento.
 Lo Psicologo clinico utilizza gli strumenti di valutazione, di prevenzione e di intervento sul disagio psichico appresi durante il corso di laurea. Lo Psicologo esegue una diagnosi utilizzando il colloquio e gli strumenti diagnostici, come ad esempio i questionari e i test di personalità. Fa azione di prevenzione e di intervento sul disagio psichico dei propri clienti promuovendo la consapevolezza dei propri modi di pensare, di sentire e di agire, rinforzando le capacità dei propri clienti di vivere in autonomia e benessere.

Le differenze nello svolgimento dell’attività professionale dello Psicologo clinico e dello Psicoterapeuta si basano sul fatto che lo Psicoterapeuta è l’unico abilitato a fare psicoterapia, ossia il trattamento finalizzato alla cura dei disturbi psicopatologici basato sull’interazione tra lo Psicoterapeuta e un paziente, una coppia, una famiglio o un gruppo. La definizione sembra netta e inequivocabile, ma in realtà vi è tutto un contenzioso in corso circa i limiti delle due professioni. Lo Psicologo è infatti legalmente abilitato a utilizzare strumenti di intervento per la riabilitazione in ambito psicologico, il che sembra essere molto simile all’attività psicoterapeutica.

Si dice comunemente che il lavoro dello Psicoterapeuta vada più in profondità del lavoro di consulenza di uno Psicologo. Questo non è necessariamente vero. A mio parere molto dipende dall’esperienza del professionista. In genere però, lo Psicoterapeuta è molto più preparato dello Psicologo in tema di psicopatologia e utilizza specifiche tecniche terapeutiche di intervento che ha appreso durante il suo lungo corso di specializzazione e che non possono essere utilizzate dagli Psicologi. A volte però il confine non è di facile individuazione.

Data la grande varietà di scuole di specializzazione, gli Psicoterapeuti possono operare con metodologie di lavoro e visioni dell’uomo molto diverse tra loro. Per questo motivo è importante farsi un’idea preventiva di come lo Psicoterapeuta lavora prima di intraprendere un percorso terapeutico. È sempre bene chiedere preventivamente al professionista cui ci si rivolge quale formazione ha svolto e quali titoli può utilizzare. Se il professionista non ha nulla da nascondere, sarà felice di dare le informazioni richieste.

Lo Psichiatra si occupa di disturbi mentali a carico del sistema fisico dell’essere umano. Lo Psicologo guarda agli aspetti emotivi, cognitivi e relazionali del disturbo mentale.

Le conseguenze sul lato pratico sono notevoli: lo Psichiatra richiede e valuta esami medici, prescrive farmaci generici e psicofarmaci. Lo Psicologo non prescrive farmaci, ma utilizza come strumenti di intervento il colloquio, la somministrazione di test, il sostegno empatico e - se è anche psicoterapeuta - le tecniche di intervento psicoterapeutiche.

Lo Psichiatra, che è innanzi tutto un medico, ha un rapporto col paziente di tipo medico-paziente ossia un rapporto asimmetrico in cui il paziente è la parte dipendente in stato di necessità, mentre il medico ha il ruolo del professionista competente che sa, guida e dà prescrizioni. Lo Psicologo punta invece sul rapporto paritetico col paziente, un rapporto individuo-individuo in cui sia presente innanzi tutto la fiducia, perché senza la fiducia nessun lavoro psicologico può essere portato avanti.
 
Lo Psichiatra tende a curare il disagio psichico andando a riequilibrare gli scompensi chimici che vengono a crearsi nel cervello di una persona sofferente. Ad esempio è stato rilevato che, in concomitanza di alcune forme di depressione, l’attività di un neurotrasmettitore chiamato serotonina – una sorta di messaggero dell’attività psichica – è meno intensa. Lo Psichiatra interviene su questo scompenso sul piano fisico, somministrando uno specifico farmaco per la psiche – uno psicofarmaco – che incrementa l’attività della serotonina. Il paziente sta meglio ma deve continuare ad utilizzare gli psicofarmaci.

Lo psicologo è cosciente degli squilibri chimici ma preferisce correggerli con un’altra strategia: vuole riattivare le risorse, la capacità di scelta, le emozioni positive del paziente in modo che stia meglio e sia in grado di riequilibrare da sé gli squilibri chimici del proprio cervello.
 
Talvolta queste professioni collaborano nel perseguire la salute di un dato paziente. In questi casi il disturbo viene affrontato in modo parallelo sia dal punto di vista psicologico sia dal punto di vista psichiatrico. Questo può avvenire quando un paziente presenta sintomi molto gravi che possono culminare nell’aggressione o nella distruzione di sé o di altre persone. In questi casi lo Psichiatra somministra una terapia farmacologica che limiti la distruttività del paziente, mentre lo Psicologo lavora per riattivare le risorse di crescita del paziente.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

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Cos'è lo Psicologo e cosa può fare dal punto di vista legale

Nel 1989 è stata emanata la legge n. 56 che ha definito e regolamentato la professione dello Psicologo, fino a quel momento presente sul mercato senza uno specifico riconoscimento legale.
 

Definizione della professione di Psicologo


L’articolo 1 della legge è il più importante in quanto definisce concretamente la professione dello Psicologo.
 
Riporto integralmente l’articolo:
"La professione di psicologo comprende l'uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito".
 
Vediamone i termini chiave:

  • Strumenti conoscitivi: sono i modelli concettuali con cui lo Psicologo interpreta i fatti che incontra nella sua professione: i comportamenti, le emozioni e i pensieri delle persone. I modelli concettuali sono vari e diversi e sono influenzati dalle scuole di pensiero cui lo Psicologo aderisce, ma sono estremamente utili.
     
  • Strumenti di intervento: a differenza dei Medici che intervengono mediante la terapia farmacologica e la chirurgia, gli Psicologi utilizzano strumenti di intervento basati sulla parola e sulla relazione, come ad esempio il colloquio, il sostegno empatico, il training autogeno, la formazione, l’ipnosi.
     
  • Prevenzione: l’attività volta a impedire la manifestazione, o a ridurre la probabilità di insorgenza, di una situazione problematica.
     
  • Diagnosi: lo Psicologo utilizza gli strumenti di valutazione, quali i test, i questionari e il colloquio clinico, per individuare la presenza di eventuali disturbi mentali.
     
  • Attività di abilitazione-riabilitazione: sono le attività terapeutiche che gli Psicologi mettono in atto per curare i disturbi mentali o per aiutare le persone che stanno attraversando dei momenti di difficoltà esistenziale. Con abilitazione si intende l’acquisizione di un’abilità mai posseduta prima, come ad esempio potrebbe essere il caso di una persona che si rivolge ad uno Psicologo perché non ha mai avuto rapporti di intimità con l’altro sesso e vuole acquisire la capacità di averne.
    Con riabilitazione si intende il recupero di una funzione compromessa, come potrebbe essere il caso di una persona che a seguito di un divorzio ha perso la capacità di avere rapporti di intimità con l’altro sesso.
     
  • Sostegno: sostenere non significa promuovere il cambiamento di una persona, ma aiutarla a mantenere l’impegno richiestogli dalle sfide della vita per conservare il suo attuale livello di salute. Lo Psicologo sostiene stimolando le persone a utilizzare le proprie capacità, come ad esempio sostenendo i familiari di un malato cronico affinché si attivino e facciano fronte alla situazione problematica in modo costruttivo.
     
  • Persona, gruppo, organismi sociali e comunità: lo Psicologo non si rivolge solo ai singoli, ma anche ai gruppi di persone – come ad esempio le coppie e le famiglie. Lavora anche con e negli organismi sociali – come le scuole, le aziende e gli ospedali – e le comunità – come le comunità psicoterapeutiche, le comunità per tossicodipendenti, le case di riposo per anziani.

 

Requisiti per l'esercizio dell'attività di Psicologo


L’articolo 2 stabilisce i requisiti per esercitare la professione dello Psicologo, che sono: essere laureato in Psicologia, aver svolto un tirocinio professionale, aver superato l’Esame di Stato ed essere iscritto nell’apposito Albo professionale.

 
Esercizio dell'attività psicoterapeutica


L’articolo 3 afferma che l’attività di psicoterapia può essere svolta solo dagli Psicologi o dai Medici che abbiano seguito un corso di specializzazione in psicoterapia di almeno quattro anni presso una scuola di specializzazione universitaria o presso istituti privati a tale fine riconosciuti.

 
Albo professionale
Gli articoli dal 4 al 28 riguardano l’istituzione e il funzionamento dell’Albo professionale e dell’Ordine degli Psicologi – che è l’organizzazione predisposta a mantenere l’Albo professionale. L’Ordine è strutturato in Consigli, sia a livello nazionale sia a livello regionale, che svolgono le attività pratiche di manutenzione dell’Albo: verificano i requisiti degli iscritti all’Albo, esaminano le nuove domande dei candidati, cancellano le iscrizioni quando occorre, infliggono le sanzioni disciplinari.

 
Professione sanitaria
La psicologia è una professione sanitaria, come ratificato dall’articolo 29 che recita: “Il Ministro della salute esercita l'alta vigilanza sull'Ordine nazionale degli psicologi”.
 
Il resto del testo di legge – gli articoli dal 30 al 36 –riguarda argomenti di minore importanza in materia di equipollenza dei titoli di laurea esteri e di procedure per l’avviamento dell’Albo e dei Consigli.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

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Sono anni ormai che si parla di sexting (crasi dei termini inglesi sex e texting), la pratica di inviare o postare messaggi di testo e immagini a sfondo sessuale, come foto di nudo o semi-nudo, inizialmente via cellulare o tramite Internet, oggi sempre più attraverso app e/o social network. Un esempio pratico sono quelle situazioni in cui gli adolescenti producono e condividono in maniera consensuale immagini “sexy” di se stessi, spesso tra fidanzati/e, utilizzando lo smartphone che possiedono ormai in età sempre più precoce.

Secondo uno studio commissionato nel 2009 dal Center di Washington, il sexting può essere suddiviso nelle seguenti tipologie:

  • Scambio di immagini e testi solamente tra due partner
  • Scambi di immagini e testi che non coinvolgono solo i due partner ma sono condivisi con altri soggetti estranei alla relazione
  • Scambi di immagini e testi tra soggetti che non intrattengono ancora una relazione ma dove almeno una delle due parti desidera averla

Il sexting, divenuto rapidamente una vera e propria moda fra i giovani soprattutto occidentali, consiste principalmente nello scambio di messaggi sessualmente espliciti e di foto e video a sfondo sessuale, spesso realizzate con il telefono cellulare, o nella pubblicazione tramite via telematica, attraverso canali come chat, social network, internet e varie app. Tali immagini, anche se inviate in origine a una ristretta cerchia di persone, in seguito si possono diffondere in modo incontrollabile e creare problemi seri alla persona ritratta.
È un fenomeno comune tra gli/le adolescenti che oggi, data la disponibilità delle nuove tecnologie, vivono in maniera inedita la fase di scoperta della propria identità e, in particolare, della propria sessualità. Il fenomeno si verifica più frequentemente tra i ragazzi delle scuole superiori e proprio per questo è importante la prevenzione durante gli anni della scuola secondaria di primo grado. Dare/diffondere un’immagine “provocante” di se stessi può rappresentare un “regalo” molto intimo o divertente per un fidanzato o una fidanzata; può anche rappresentare un modo per dimostrarsi “adulti” o “più maturi” non solo agli occhi degli altri, ma anche verso se stessi e può aiutare per gestire, a livello inconsapevole, le tante insicurezze tipiche dell’età adolescenziale.
Se non c’è da scandalizzarsi, c’è comunque da ricordare l’importanza di un’attenzione educativa alle relazioni tra i generi, al rispetto dell’altro, all’educazione affettiva e sentimentale. Perché spesso il sexting diventa un problema: il materiale che doveva rimanere privato comincia invece a girare e diventa oggetto pubblico, configurando una dinamica fin troppo nota: uno dei due può tradire la fiducia e la cassa di risonanza fornita da Internet crea un pubblico che alimenta la “vittimizzazione” di colui o colei le cui immagini sono state rese pubbliche senza il proprio consenso.

L’utilizzo delle nuove tecnologie e l’impatto che quest’uso ha nella modalità in cui il fenomeno si manifesta e nelle conseguenze che alcuni comportamenti possono avere nella vita degli adolescenti coinvolti, pone una serie di problemi che riguardano:

  • il controllo: quello che si invia o si posta online è praticamente impossibile da eliminare in forma definitiva: il rischio è di esporsi anche a possibili ricatti. Chi accede a queste immagini/video, le può usare facilmente per danneggiare volutamente chi è ritratto: un ex fidanzato/a che vuole vendicarsi o un cyber bullo possono diffondere questo materiale con estrema facilità e le vittime non avranno mai la possibilità di eliminarlo in modo definitivo.
  • la reputazione: Immagini troppo spinte o provocanti, possono nuocere alla reputazione di chi è ritratto, creare problemi con nuovi partner, o addirittura influenzare i futuri rapporti di lavoro.
  • L’adescamento da parte di adulti potenziali abusanti: dando una certa immagine di sé online, magari sul profilo di un Social Network, si possono attirare persone sessualmente interessate ai minori e che potrebbero essere incentivate ad accedere ai dati personali dei giovani utenti o a tentarne un adescamento.

È importante sapere inoltre che si può infrangere la legge. Far girare foto del genere, al di fuori dello scambio consensuale e privato, anche tra minori, può essere considerato diffusione di immagini pedo-pornografiche Con la LEGGE 1 ottobre 2012, n. 172 è stata ratificata la Convenzione di Lanzarote sullo sfruttamento e l’abuso sessuale dei minori, in particolare si definisce: Articolo 20.2 - Reati relativi alla pornografia infantile, 2. Ai fini del presente articolo, l'espressione "pornografia infantile" definisce ogni tipo di materiale che rappresenta visivamente un bambino che si dà ad un comportamento sessualmente esplicito, reale o simulato, o qualsiasi rappresentazione degli organi sessuali di un bambino per scopi essenzialmente sessuali.

Le dinamiche di sexting si contraddistinguono per alcune caratteristiche ricorrenti:

  • la fiducia tradita: nella maggior parte dei casi, chi produce ed invia contenuti sessualmente espliciti ripone fiducia nel destinatario, credendo inoltre alla motivazione originaria della richiesta (es. prova d’amore richiesta all’interno di una relazione sentimentale);
  • la pervasività di diffusione dei contenuti: in pochi secondi ed attraverso un solo click un contenuto può essere condiviso o diffuso ad un numero esponenziale di persone e piattaforme differenti; la diffusione può facilmente e velocemente divenire “virale”;
  • la persistenza del fenomeno: il materiale pubblicato in Rete vi può permanere anche per molto tempo e potrebbe non essere mai definitivamente rimosso. Un contenuto ricevuto, infatti, può essere salvato, a sua volta re-inoltrato oppure condiviso su piattaforme diverse da quelle originarie e/o in epoche successive.

Notare i cambiamenti di comportamento di bambini e ragazzi può essere cruciale per comprendere, in un primo momento, che qualcosa sta accadendo e, in un secondo momento anche con l’aiuto di un professionista, cosa nello specifico. 

Spesso, infatti, i cambiamenti comportamentali sono aspecifici, ovvero possono essere il risultato di differenti problematiche; è però fondamentale essere osservatori attenti per poter aiutare il prima possibile un bambino o un adolescente che si trovi ad esperire una situazione di difficoltà in Rete, qualunque essa sia.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

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A partire dagli anni 2000, con l'avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo.

Rispetto al bullismo tradizionale nella vita reale, il cyberbullismo avviene su internet talvolta causando danni violenti. Vediamo le differenze principali tra i due fenomeni:

  • Anonimato del molestatore: in realtà, questo anonimato è illusorio, ogni comunicazione elettronica lascia pur sempre delle tracce. Per la vittima, però, è difficile risalire da sola al proprio molestatore; inoltre, a fronte dell'anonimato del cyberbullo, spiacevoli cose sul conto della vittima (spesse volte descritta in modo manifesto, altre in modo solo apparentemente non riconducibile alla sua identità) possono essere inoltrate a un ampio numero di persone.
  • Difficile reperibilità: se il cyberbullismo avviene via SMS, messaggistica istantanea o mail, o in un forum online privato, ad esempio, è più difficile reperirlo e rimediarvi.
  • Indebolimento delle remore etiche: le due caratteristiche precedenti, abbinate con la possibilità di essere "un'altra persona" online (a guisa di un gioco di ruolo), possono indebolire le remore etiche: spesso la gente fa e dice online cose che non farebbe o direbbe nella vita reale.
  • Assenza di limiti spazio - temporali: mentre il bullismo tradizionale avviene di solito in luoghi e momenti specifici (ad esempio in contesto scolastico), il cyberbullismo investe la vittima ogni volta che si collega al mezzo elettronico utilizzato dal cyberbullo (WhatsApp, Facebook, Twitter, blogs, ecc.)

Come nel bullismo tradizionale, però, il prevaricatore vuole prendere di mira chi è ritenuto "diverso", solitamente per aspetto estetico, timidezza, orientamento sessuale o politico, abbigliamento ritenuto non convenzionale e così via. Gli esiti di tali molestie sono, com'è possibile immaginarsi a fronte di tale stigma, l'erosione di qualsivoglia volontà di aggregazione e il conseguente isolamento, implicando esso a sua volta danni psicologici non indifferenti, come la depressione o, nei casi peggiori, ideazioni e intenzioni suicidarie. Spesso i molestatori, soprattutto se giovani, non si rendono effettivamente conto di quanto ciò possa nuocere all'altrui persona. Il fenomeno del cyberbullismo si può considerare strettamente correlato a quello dei cosiddetti "leoni da tastiera".

Esistono vari tipi di cyberbullismo:

  • Flaming: messaggi online violenti e volgari (i cosiddetti “Flame”)mirati a suscitare battaglie verbali in un forum.
  • Molestie (harassment): spedizione ripetuta di messaggi insultanti mirati a ferire qualcuno.
  • Denigrazione: sparlare di qualcuno per danneggiare gratuitamente e con cattiveria la sua reputazione, via e-mail, messaggistica istantanea, gruppi su social network, etc.
  • Sostituzione di persona ("impersonation"): farsi passare per un'altra persona per spedire messaggi o pubblicare testi reprensibili.
  • Inganno: (trickery); ottenere la fiducia di qualcuno con l'inganno per poi pubblicare o condividere con altri le informazioni confidate via mezzi elettronici.
  • Esclusione: escludere deliberatamente una persona da un gruppo online per provocare in essa un sentimento di emarginazione.
  • Cyberpersecuzione ("cyberstalking"): molestie e denigrazioni ripetute e minacciose mirate a incutere paura.
  • Doxing: diffusione pubblica via internet di dati personali e sensibili.
  • Minacce di morte

Da una recente ricerca, emerge che il 35% dei ragazzi intervistati è stato vittima di cyberbullismo, ma solo 1 su 2 ha avvisato i genitori (Telefono Azzurro e DoxaKids, 2017). Quando i ragazzi non ne parlano direttamente, per accorgersene lo strumento più importante è il rapporto che si è costruito con loro. Se è buono, è più probabile che siano loro a raccontare ad un adulto di fiducia cosa sta accadendo. Altrimenti ecco alcuni segnali: 

  • Cambiano improvvisamente il comportamento con gli amici, a scuola, o in altri luoghi dove socializzano.
  • Sono restii a frequentare luoghi o eventi che coinvolgono altre persone.
  • Evitano l’uso di computer, telefonini e altre tecnologie per comunicare con gli altri.
  • Sono particolarmente stressati ogni volta che si riceve un messaggio.
  • Mostrano scarsa autostima, depressione, disturbi alimentari o del sonno.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

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Il bullismo è una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l'atto in questione come bersagli facili e/o incapaci di difendersi. L'accezione è principalmente utilizzata per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell'ambito delle forze armate.
Il bullismo, a differenza del vandalismo e del teppismo, si presenta come una forma di violenza antitetica a quelle rivolte contro le istituzioni e i loro simboli (docenti o strutture scolastiche): queste ultime sarebbero esogene, dove il bullismo è, invece, endogeno, inoltre è da sottolineare come quasi sempre, in particolare nei casi di ostracismo, l'intera classe di attendenti tende ad essere coinvolta nel bullismo, attivo o passivo, rivolto verso le vittime del gruppo, tramite meccanismi di consenso, più o meno consapevole, non solo nel timore di diventare nuove vittime dei bulli, o per mettersi in evidenza nei loro confronti, ma perché questi spesso riescono ad esprimere la cultura identitaria del gruppo, sia pur in negativo, attraverso la designazione della vittima quale capro espiatorio.
Generalmente, il ciclo può includere sia atti di aggressione sia atti di reazione a disposizione dell'eventuale vittima che sono interpretati come stimolanti da parte del bullo. Il ciclo si basa essenzialmente sulla capacità di avere sempre degli stimoli che possano motivare l'aggressore a porre in essere i propri propositi deviati, a volte reiterati nel lungo termine per mesi, anni o per tutta la vita. Allo stesso tempo il ciclo può essere subito interrotto al suo nascere, o durante la sua progressione, se viene a mancare o l'atto abusivo o la risposta della vittima.
Mentre il coinvolgimento sociale può sembrare complicato per comprendere l'attività bullistica, lo stimolo che più frequentemente è implicato nella riattivazione del ciclo è la sottomissione. Nel momento di percezione dello stimolo, l'istigatore tenta di ottenere un riconoscimento pubblico per ciò che andrà a compiere, come dire: «vedetemi e temetemi, sono così forte che ho il potere di incutere timore verso qualsiasi persona ed in qualsiasi momento senza pagare alcuna conseguenza per le mie azioni!».
Nel momento in cui la vittima dimostra di possedere delle tendenze passive o comunque che la inibiscono di reagire, allora il ciclo continuerà a riattivarsi. Nei casi in cui il ciclo non si è stabilito ancora, la vittima potrebbe rispondere in modo che qualsiasi tentativo da parte dell'aggressore non avrebbe alcun effetto. All'uopo, le istituzioni possono inibire o rafforzare il bullismo, ad es., colpevolizzando le vittime ed inducendole a risolvere da soli i propri problemi.

Il bullismo si basa su tre principi:

  • Intenzionalità.
  • Persistenza nel tempo.
  • Asimmetria nella relazione.

Vale a dire un'azione intenzionale eseguita al fine di arrecare danno alla vittima, continuata nei confronti di un particolare compagno, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l'azione e chi la subisce (ad esempio per la mancanza di una tecnica di autodifesa). Il bullismo, quindi, presuppone la condivisione del medesimo contesto deviante.
Esistono diversi tipi di bullismo, che si dividono principalmente in bullismo diretto e bullismo indiretto.

Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e a sua volta può essere catalogato come:

  • bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci, spintoni, sputi o la molesta sessualmente;
  • bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi, sgradevoli o minacciandola, dicendo il più delle volte parolacce e scortesie;
  • bullismo psicologico: il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto;

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo soprattutto del bullismo psicologico e quindi con pettegolezzi e calunnie sul suo conto.

Nelle azioni di bullismo vero e proprio si riscontrano quasi sempre i seguenti ruoli:

  • "bullo o istigatore": è colui che fa prepotenze ai compagni
  • "vittima": è colui che più spesso subisce le prepotenze
  • "complice": colui che, magari, ride all'azione del bullo, "alimentandolo".

Una prima distinzione è in base al sesso del bullo: i bulli maschi sono maggiormente inclini al bullismo diretto, mentre le femmine a quello indiretto. I maschi in particolare, tendono maggiormente all'approccio di forza, mentre le femmine preferiscono la mormorazione. Per quanto riguarda invece l'età in cui si riscontra questo fenomeno, si hanno due diversi periodi. Il primo tra i 8 e i 14 anni di età, mentre il secondo tra i 14 e i 18, ma negli ultimi anni si sono riscontrati fenomeni di bullismo anche tra i ragazzi di 11 anni e anche di meno.

Una quarta figura è rappresentata dall'"attendente o spettatore" che partecipa all'evento senza prendervi parte attivamente. Il bullismo, quindi, varia da un semplice rapporto diadico ad una gerarchia di bulli che si circuiscono a vicenda.
Gli effetti del bullismo possono essere gravi e permanenti. Il collegamento tra bullismo e violenza ha attirato un'attenzione notevole dopo il massacro della Columbine High School nel 1999. Due ragazzi armati di fucili e mitragliatori uccisero 13 studenti e ne ferirono altri 24 per poi suicidarsi. Un anno dopo un rapporto ufficiale della CIA ha messo in luce ben 37 tentativi pianificati da altrettanti ragazzi in diverse scuole statunitensi, per i quali il bullismo aveva giocato un ruolo chiave in almeno due terzi dei casi.
Si stima che circa il 60-80% del totale del bullismo a scuola, stia evolvendo verso forme inattese in senso stragistico e terroristico. Molti criminologi, ad esempio, si sono soffermati sull'incapacità della folla di reagire ad atti di violenza compiuti in pubblico, a causa del declino della sensibilità emotiva che può essere attribuito al bullismo. Quando, infatti, una persona veste i panni di bullo, assume anche uno status che lo rende meno sensibile al dolore, fino al punto che anche gli attendenti iniziano ad accettare la violenza come un evento socialmente conveniente. A tal proposito l'Anti-Bullying Centre at Trinity College di Dublino è intenta ad approfondire le conseguenze del bullismo sugli aggressori stessi, sia minorenni che adulti, i quali sono più soggetti a soffrire di una serie di disturbi quali depressione, ansia, deficit di autostima, alcolismo, autolesionismo ed altre dipendenze.

 

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

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Questo articolo contiene alcuni SPOILER, per cui se non avete ancora visto la serie, ma avete intenzione di farlo, tornate in un secondo momento.

I temi affrontati in queste due stagioni sono molteplici, attuali e alcuni tratti dalla realtà. La seconda stagione di Serie tv Tredici (seconda stagione) in particolare ha delle scene talmente violente, esplicite e controverse, che molte persone si sono chieste se fosse realmente necessario includerle in una serie per adolescenti. Gli sceneggiatori si sono giustificati sostenendo che hanno sviluppato le storie con l’aiuto di esperti e, di fatto, varie trame della seconda stagione si basano su vicende realmente accadute. L’obiettivo dei creatori di Tredici era proprio questo, ovvero dimostrare che ci sono situazioni apparentemente surreali ma che fin troppo spesso hanno riscontro nella realtà. Ed è proprio la sensazione che si sta assistendo a qualcosa di surreale che mi ha accompagnato durante la visione della serie. Ma questa sensazione non è altro che una difesa da un pensiero che genera angoscia: queste cose esistono, sono fin troppo reali. Non assistiamo a supereroi che volano e lottano contro creature aliene, non assistiamo ad una banda di nani ed elfi alla ricerca di un anello che porrà fine a tutti i mali del mondo; nello schermo si susseguono le vicende di un gruppo di adolescenti che fa i conti con le difficoltà legate a questa particolare fase di vita: il sentirsi accettati dal gruppo dei pari, la possibilità di fidarsi delle amicizie, la scoperta della sessualità e della propria identità, il rapporto con i genitori, il rapporto con le autorità dell’istituzione scuola, la modalità di gestire e superare il dolore e l’ansia, la paura di essere brutti, il sentirsi fragili dentro e il doversi mostrare spavaldi fuori.
Uno dei personaggi più controversi a mio avviso è Tyler, il ragazzo timido e introverso appassionato di fotografia. Non ha amici se non la sua macchina fotografica, che porta sempre con sé e che usa per immortalare tutti gli eventi scolastici, ufficiali e non. La sua mania per le fotografie lo porta a essere poco apprezzato dai compagni, che si infastidiscono non appena lo vedono. Spesso è preso di mira da parte dei bulli della scuola, e Hanna gli dedica una cassetta a causa di alcune foto scattate di nascosto e poi fatte circolare in cui si vede Hanna baciarsi con un’altra ragazza. Nella seconda stagione Tyler fa un’evoluzione importante. Stringe amicizia con Cyrus, un ragazzo punk con idee ben precise sul sistema e su come sovvertirlo. Questa amicizia si rivela malsana per entrambi i ragazzi: iniziano a compiere atti vandalici ai danni del gruppo dei bulli della scuola, imparano a usare le armi (ricordiamoci che la serie è ambientata in America, un paese dove le armi vengono vendute nei supermercati), si mettono nei guai più di una volta. Tyler è felice, finalmente ha stretto amicizia, ha trovato un gruppo che lo accetta, ha trovato un amico. Ma una serie di eventi porta la situazione a precipitare: dopo aver litigato con Cyrus, ma soprattutto dopo aver subito violenze in un bagno (tre ragazzi lo violentano con un bastone di scopa), la psiche del ragazzo crolla definitivamente. Personalmente ogni volta che vedevo Tyler, durante la visione della serie, avevo in mente la canzone “Jeremy” dei Pearl Jam. E non avevo tanto torto visto che Tyler alla fine della seconda stagione decide di fare una strage durante il “ballo di primavera” della scuola, presentandosi a scuola armato come un militare in guerra. Sarà Clay a farlo ragionare e a fermarlo. Le vicende di Tyler, pur sembrando surreali, prendono spunto purtroppo da fatti di cronaca realmente accaduti; sia la violenza subita nei bagni della scuola (in una scuola del Tennessee nell’ottobre del 2017, cinque ragazzi tentarono di violentare un coetaneo con un palo di metallo), sia il percorso verso la follia che richiama molto al massacro della Columbine High School avvenuto nel 1999 (Infatti, uno stralcio di dialogo dell’ultimo episodio è preso interamente dall’attacco reale. Tyler dice a Clay: “Vattene da qui. Vattene a casa”. Eric Harris, uno degli assassini, vide uno dei suoi amici prima di entrare nel famoso liceo e gli disse queste esatte parole. La destrezza nel costruire bombe casalinghe o le magliette che vediamo indossare ad entrambi sono anch’esse citazioni a Harris e al suo compagno Dylan Klebold). Il legame tra bullismo e reazioni violente contro la scuola ha cominciato ad attrarre sempre più attenzioni in seguito al massacro alla Columbine del 1999. Entrambi gli autori della strage erano considerati ragazzi dotati, che a quanto pare erano stati vittime di atti di bullismo per anni.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

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Nella nostra quotidianità, nelle nostre scelte e decisioni, all’interno delle nostre relazioni ogni giorno ci confrontiamo in modo più o meno consapevole con stereotipi sociali, pregiudizi, miti, errate convinzioni che inevitabilmente, pur di conformarci a dei canoni sociali, ci ingabbiano in modalità relazionali e scelte di vita non funzionali al nostro benessere. Quando si tratta di prendersi cura della propria salute fisica generalmente non ci adattiamo a particolari stereotipi per cui, se non stiamo bene, ci rivolgiamo al nostro medico di fiducia il quale ci farà fare degli esami di approfondimento oppure ci invierà ad uno specialista del settore. Le cose cambiano quando a stare male non è il nostro corpo ma la nostra psiche. Quando ci troviamo nella condizione di sottovalutare i nostri sintomi psicologici (stress, ansia, umore vacillante, manifestazioni psicosomatiche, difficoltà decisionali, conflitti relazionali, …) stiamo aderendo ad uno dei miti sopra citati.
Il basso tasso di persone che cercano cure psicologiche è da attribuire allo stigma e alle tante leggende metropolitane connesse alla figura dello psicoterapeuta e alla psicoterapia. Senza dubbio il cinema, la letteratura e la televisione per anni hanno contribuito alla creazione di queste false leggende. In questo articolo vorrei provare a riflettere su alcuni pregiudizi che negli anni si sono formati sulla psicoterapia psicoanalitica e che, facendo ormai parte del sapere comune, a volte sono molto difficili da superare e impediscono a molte persone di chiedere aiuto ad un professionista.

In psicoterapia ci vanno i “pazzi”: la scelta di percorrere un percorso di psicoterapia a mio avviso è una scelta per persone intelligenti che con coraggio scelgono di impegnarsi per migliorare la propria vita, individuare i propri obiettivi e raggiungerli. Come diceva Albert Einstein “follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”.

La psicoterapia è costosa: la psicoterapia è un investimento su di sé. È molto più costoso, non solo in termini economici ma soprattutto in termini psichici non affrontare un problema piuttosto che affrontarlo. Ma vorrei chiarire questo punto con qualche esempio in modo da mettere in luce come una psicoterapia, grazie ai suoi effetti durevoli, possa fare risparmiare nel tempo risorse quali il denaro o altro, prevenendo dal fare scelte sbagliate. Pensiamo ad un uomo che, grazie ad un percorso psicoterapeutico, riesce a modificare alcuni suoi atteggiamenti che lo avrebbero portato a dover divorziare dalla moglie (non volendolo) e a doversi allontanare dai suoi figli; la psicoterapia in questo caso non solo permette a quest’uomo di vivere in modo pieno la famiglia, evitando disagi e traumi in tutti i componenti della famiglia stessa, ma evita anche tutta una serie di spese (avvocati, alimenti alla ex moglie, assegni di mantenimento ai figli) che inevitabilmente quest’uomo avrebbe dovuto sostenere. Oppure pensiamo a cosa può “guadagnare” chi, dopo un percorso di psicoterapia, riesce ad affrontare la vita senza essere paralizzato dall’ansia o da attacchi di panico in prossimità di occasioni importanti per il proprio futuro lavorativo, come ad esempio esami universitari o colloqui di lavoro, eventi davanti ai quali prima o si bloccava o metteva in atto dei comportamenti volti ad evitarli. Vista in questi termini la terapia ha un valore molto alto, che va oltre il denaro speso per investire su di sé.

La psicoterapia dura troppo tempo: anche questo è un pregiudizio antico collegato all’idea sbagliata che chi rimane a lungo in psicoterapia lo fa perché non ne trae beneficio. La verità è tutto l’opposto. Le persone, quando ne hanno l’opportunità, tendono a restare più a lungo in un trattamento analitico non perché non stanno ricevendo alcun aiuto, ma proprio perché lo stanno ricevendo.

Scavare il passato non sarà utile: riportare alla memoria cose complicate e dolorose vissute nel passato può, naturalmente, essere difficile. Farlo, assieme al terapeuta, permetterà di vedere questi eventi in un’ottica differente, al fine di avere una comprensione chiara del perché gli eventi passati influenzano le decisioni nel presente.

La terapia ti fa provare colpa e vergogna: gli psicoterapeuti tengono ai loro pazienti, sono senza pregiudizi, sono compassionevoli e comprensivi, il loro scopo primario é aiutare gli individui a  prendere da soli le loro decisioni. I sentimenti di colpa e vergogna già presenti sono senza dubbio esplorati all’interno di una psicoterapia, ma non sono di certo causati o fatti emergere intenzionalmente dal terapeuta.

Lo psicoterapeuta attribuisce tutti i problemi ai genitori o alle esperienze infantili: esplorare le proprie esperienze infantili e gli eventi significativi che hanno inciso sulla propria vita e su come ci siamo evoluti come persone è sicuramente una componente importante della psicoterapia. Informazioni che riguardano il proprio contesto familiare e gli eventi significativi di vita aiutano a capire il nostro modo di percepire e sentire. Portare la persona a guardarsi indietro è finalizzato a capire meglio il presente e questa comprensione e consapevolezza può essere punto di partenza per fare cambiamenti positivi per il futuro.

Gli psicologi semplicemente ascoltano e fanno sfogare, quindi perché pagare qualcuno solo perché ascolti?: all’inizio del percorso di terapia lo psicoterapeuta chiede di descrivere il problema che vi ha portato nel suo studio, ma l’ascolto è solo il punto di partenza. Potrà anche raccogliere informazioni rilevanti sulla vita passata, così come la storia dei problemi e di altre importanti aree della vita, ed i modi in cui si è cercato di affrontare i momenti difficili. La psicoterapia è tipicamente un processo interattivo e collaborativo, basato sul dialogo e sull’impegno attivo del paziente. Paziente e psicoterapeuta identificano insieme i problemi, le loro origini, impostano obiettivi, camminano fianco a fianco lungo il percorso terapeutico e monitorano i progressi.

Parlare con i familiari o con gli amici è efficace quanto andare dallo psicoterapeuta: il sostegno di familiari e amici è di fondamentale importanza quando si sta attraversando un periodo difficile. Ma quello che è in grado di offrire uno psicoterapeuta è molto di più. Gli psicoterapeuti hanno anni di istruzione specializzata, formazione ed esperienza che li rendono professionisti esperti nella comprensione e nel trattamento di problemi complessi. É quindi molto più di un “solo parlare e ascoltare”. Gli psicoterapeuti sono in grado di riconoscere modelli di pensiero e comportamento in modo oggettivo, che le persone più vicine a voi possono aver smesso di notare o di cui possono non essersi mai accorte. Inoltre lo psicoterapeuta può apparentemente offrire commenti o osservazioni simili a quelle che fanno le persone a voi vicine nella vita quotidiana, ma il loro aiuto può essere efficace per la tempistica con cui vengono fatte tali osservazioni, per la possibilità di mettere a fuoco il problema e le dinamiche connesse e per il vissuto di fiducia nella posizione neutrale del professionista. Un’altra importante considerazione da fare è che con il proprio psicoterapeuta è molto più facile parlare in libertà e in modo onesto perché la relazione professionale si fonda sulla riservatezza, per cui non si ha alcuna preoccupazione che qualcuno venga a sapere quello di cui si è discusso. Non è raro che le persone spesso raccontino ai loro psicoterapeuti cose che non si sono mai sentiti di rivelare a nessuno.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

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Imparare ad accettare la diagnosi di una malattia cronica come il diabete significa dover riorganizzare la propria vita (e quella di chi ci sta vicino) tenendo conto di un limite personale: questo processo può essere doloroso e richiede del tempo per elaborare la notizia e reagire alla malattia in modo attivo e consapevole.

L'atteggiamento del paziente verso il diabete è fondamentale e può fare la differenza. Più ci si informa, si inquadra bene la situazione, si è coinvolti attivamente per reagire e più si riuscirà a tenerlo sotto controllo, pur tra alti e bassi, momenti di sconforto e momenti in cui l'individuo si sentirà soddisfatto delle sue piccole conquiste quotidiane: è una sfida che vale la pena di accettare come investimento per la salute futura: tenere sotto controllo il diabete significa proteggersi dalle complicazioni, anche quando l’assenza di sintomi fa pensare il contrario.
Sono state osservate alcune fasi nel processo di accettazione attiva della condizione diabete: rifiuto, ribellione, compromesso, depressione, accettazione attiva. (Da notare che queste fasi sono le stesse riscontrate in tutte le malattie croniche come le cardiopatie o il cancro).

Spesso, all’esordio del diabete, ci sono lo shock e il diniego della nuova realtà. Ci si comporta, cioè, come se la sindrome non ci fosse e si nota un rifiuto della terapia.
Una seconda fase può essere quella di ribellione: “Perché doveva capitare proprio a me?” “Perché al mio bambino?” “Che cosa ho fatto di male?”.
La terza fase è quella di patteggiamento e accettazione parziale della realtà: si applicano alcuni suggerimenti terapeutici, altri no. È ancora in atto la tendenza a negare la condizione diabete e il non seguire una data prescrizione terapeutica costituisce un tentativo di fuga dalla realtà.

A questo punto può profilarsi una fase di depressione che spesso contiene contenuti di speranza. Questa fase può manifestarsi, sia con un atteggiamento di pessimismo, di sfiducia in sé, di isolamento, sia con atteggiamenti di irascibilità e di aggressività verso tutto e verso tutti.
È importante a questo punto un sostegno psicologico che può essere trovato all'interno della famiglia o anche in professionisti esterni che possono fornire, grazie ai gruppi di discussione, ad incontri di sostegno psicologico o psicoterapie, la liberalizzazione delle proprie ansie per lo più dovute a pregiudizi o a ignoranza.
In questa fase, infatti, i minimi particolari possono avere per la persona una importanza enorme: le parole del medico, degli infermieri, dei familiari assumono una notevole rilevanza e possono diventare motivo esagerato di speranza o di scoraggiamento.
L’ultima fase è quella dell’accettazione attiva del diabete che diventa il “mio diabete”, cioè un modo di vivere, uno stato di salute condizionato e non un concetto generico e minaccioso sul quale non si può esercitare alcun controllo.
Come risultato si ottiene un buon equilibrio metabolico e quindi una prevenzione delle complicanze, attraverso l’integrazione armonica con l’equipe curante e l’adeguamento al regime terapeutico che viene così inserito negli schemi di comportamento quotidiani.
Tale processo, sebbene indichi una crescita, è dinamico e non lineare, cioè non impone un passaggio da una fase all’altra nell’ordine in cui sono state descritte, né suggerisce che una volta arrivati alla fase di accettazione attiva non ci possano essere battute di arresto o ritorni a fasi precedenti.

È, quindi, molto importante partecipare ad attività di educazione sanitaria e sostegno psicologico, corsi di informazione e formazione, gruppi di discussione con altri che vivono la stessa condizione e altre iniziative per il miglioramento dell’immagine e dello status civile e sociale del diabetico, per una maggiore compliance terapeutica, per prevenire rischi e complicazioni.
Va posta una particolare attenzione ai casi in cui ad avere il diabete è un bambino. Il diabete mellito nelle sue varie forme è la più frequente malattia metabolica dell’età evolutiva. In tale fascia di età la forma più diffusa è quella di tipo 1 o insulino-dipendente (DMID).
Dal punto di vista psicologico la comunicazione della diagnosi rappresenta un momento difficile per il bambino e i suoi genitori, come anche la gestione quotidiana della malattia che provoca ansie nella famiglia sconvolgendo gli equilibri relazionali e affettivi preesistenti e comportando uno stravolgimento, almeno iniziale, delle abitudini quotidiane.

I risultati di alcune ricerche scientifiche indicano che i bambini con diabete di tipo 1 sono a rischio di problemi psicologici di adattamento durante le fasi iniziali della malattia. Le visite, i prelievi e le cure rappresentano esperienze che possono alterare la formazione della fiducia di base necessaria per la futura evoluzione dei soggetti diabetici. Per i genitori stessi, la fragilità del loro bambino e la sua immaturità affettiva rendono l’esordio della malattia drammatico.

A livello psicologico diverse sono le reazioni riscontrate nei bambini e nei loro genitori.

Ferita narcisistica: la malattia viene sentita come una minaccia. Il bambino malato e i suoi genitori vivono la malattia come un pericolo della propria integrità psico-fisica. La malattia rappresenta un’esperienza di perdita per i genitori e per il figlio, un attacco al senso di onnipotenza della madre nel soddisfare tutte le esigenze del bambino e, soprattutto, nel difenderlo dagli eventi negativi. Nei genitori si sviluppano forti sensi di colpa e responsabilità. Il potenziale disagio psichico è connesso anche con l’età del bambino al momento dell’insorgenza del diabete. La percezione della gravità e della cronicità della malattia è infatti connessa con lo sviluppo psicologico e fisico del bambino stesso.

Reazione depressiva: ansia e senso di impossibilità di azione e conseguente inadeguatezza. Queste reazioni sono più facilmente osservabili nei genitori. Spesso essi si vergognano inconsapevolmente della condizione di malattia del figlio, sentono le limitazioni di vita connesse con il decorso della malattia cronica, amplificano le possibili complicanze future del diabete. Nei bambini, invece, si possono osservare un calo della prestazione scolastica, una maggiore irritabilità generalizzata, oppure l’insorgere di atteggiamenti regressivi nei confronti dei genitori e una richiesta di iperprotettività.

Atteggiamento di rifiuto e negazione: tale atteggiamento, molto pericoloso, consiste nel negare o banalizzare la malattia.

Atteggiamento dipendente: il bambino dipende dai genitori in tutto, quindi anche nella gestione della sua malattia. Intorno ai 10 anni, invece, può diventare autonomo nel controllo e assunzione della terapia e i genitori ricoprono semplicemente il ruolo di supervisori. Se però i genitori sono iperprotettivi, non sostenendo il figlio a raggiungere l’autonomia, si creerà un rapporto di totale dipendenza e passività del soggetto malato in tutti gli ambiti di vita e non solo in relazione alla malattia stessa.

Atteggiamento perfezionista e ossessivo: consiste in un atteggiamento eccessivamente preciso, ordinato, scrupoloso nel seguire le indicazioni terapeutiche. Il diabete viene curato in modo ossessivo, non lasciando niente al caso.

Il vissuto di malattia del bambino è strettamente condizionato da quello di familiari, genitori e parenti.
L'atteggiamento iperprotettivo dei genitori verso il figlio diabetico costituisce un fattore aggravante per il normale sviluppo psicologico del bambino: esso provoca spesso una condizione di immaturità affettiva e un difficile raggiungimento dell’autonomia dalle figure genitoriali e del sentimento d’identità personale.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

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