Visualizza articoli per tag: coronavirus

 

Vaccinarsi o non vaccinarsi? Questo è il problema….

Un Amleto moderno probabilmente porrebbe questa domanda al suo fidato teschio.. 

Ma la risposta non è proprio semplice… o meglio… la risposta è “Ovviamente SI”, bisogna vaccinarsi… eppure c’è una grossa fetta della popolazione mondiale che la pensa diversamente. 

 

 

Che ruolo abbiamo noi psicologi in tutto questo? Come dovremmo porci? Nell’articolo che segue un collega, presidente della nostra cassa previdenziale (Enpap) e fondatore di un’associazione di categoria, prova a dare una risposta a queste domande. 

Non è mia abitudine copiare nel mio sito un articolo non scritto da me, ma per questo argomento farò un’eccezione, perché io non avrei saputo trovare parole migliori. 

Vi lascio all’articolo, buona lettura. 

 

 

In questo momento, in Italia come nel resto del mondo, le istituzioni si raccontano impegnate a mettere in campo ogni sforzo per raggiungere, attraverso la vaccinazione di massa, quella immunità di gruppo che pare essere l’unica condizione in grado di metterci al riparo dalle tragedie della pandemia da Covid.

Nella narrazione più diffusa, l’ostacolo finale al raggiungimento di questo obiettivo strategico pare essere la mancata volontà di un gruppo multiforme di persone che non sono disposte a vaccinarsi, a cui è stato il nome generico di “No-Vax”.

Chiaramente, in questo contesto, si sprecano gli appelli alla responsabilità, le comunicazioni motivanti, le minacce più o meno esplicite di attivare un obbligo vaccinale di legge. Tutte strategie finalizzate a convincere, coloro che non vogliono vaccinarsi, a farlo e a farlo presto.

E in questo contesto di tensione anche gli Psicologi prendono posizione.

Il problema, secondo me, è che lo fanno semplicemente allineandosi al “mandato istituzionale dettato dalle norme dello Stato”. E davvero mi sembra un po’ striminzito, come contributo della nostra categoria ad un dibattito che lacera il Paese.

Non vorrei che, ancora una volta, mancassimo di valorizzare le vere prerogative della nostra professione che massimamente in fasi come quella che stiamo attraversando possono essere utili alla collettività.

Ho il timore che anche noi Psicologi smettiamo di esercitare quella capacità di ascolto dell’altro sempre e comunque che è il nostro principale strumento per sostenere il cambiamento, oltre che per operare la salvaguardia del  “diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia” prescritto dal nostro Codice Deontologico. E che al posto dell’ascolto e del dialogo anche noi, come Categoria, portiamo prescrizioni e dettati normativi, con la fantasia che possano essere utili a far cambiare posizione alle persone in una situazione così altamente emotiva come questa vera guerra contro il Covid.

Il movimento anti-vaccinale non nasce con il Covid ma di certo le campagne di vaccinazione di massa promosse per uscire dalla pandemia gli hanno dato una accresciuta visibilità, rafforzandolo.

La maggior parte della comunicazione istituzionale realizzata per incentivare le vaccinazioni, quando non si limita a declinare un obbligo morale o di legge, parte dal presupposto che chi non vuole vaccinarsi non abbia le corrette informazioni scientifiche o non abbia la capacità di comprenderle (modello del “deficit di comunicazione scientifica”).

Questo tipo di comunicazione è stata quindi incentrata sul fornire, nella maniera più chiara possibile, le prove scientifiche e sullo sfatare, con la massima razionalità, i miti relativi ai vaccini ma si è dimostrata sostanzialmente inutile o addirittura controproducente. Gli studi, condotti in diverse parti del mondo, rilevano che anche l’approccio di evidenziare i miti anti-vaccinali e di confutarli con prove razionali non modifica atteggiamenti e comportamenti ma, anzi, rischia di creare una sorta di effetto boomerang.

Alla radice del fallimento di queste campagne sembra esserci la supposizione che gli atteggiamenti delle persone si basino sulle prove e sulla razionalità. Ma, da Psicologi, sappiamo che fin troppo spesso le persone sviluppano i loro atteggiamenti attraverso intuizioni, emozioni e “risposte viscerali” che per loro è difficile articolare razionalmente, mentre sono motivate a cercare prove a sostegno del loro atteggiamento, selezionandole e criticandole in modo selettivo al fine di rafforzare le loro credenze.  Così prove deboli, ideosincratiche, basate su casi singoli o “per sentito dire” sono fatte proprie, nella misura in cui rafforzano la conclusione cui si è motivati a giungere, mentre prove basate sulla ricerca scientifica, istituzionali ma incoerenti con le proprie posizioni vengono scartate come irrilevanti, errate o false.

Per queste persone sarà, quindi, assolutamente ininfluente ribadire le innumerevoli prove a sostegno di una posizione scientifica, perché in questo modo non si riuscirà ad affrontare le motivazioni sottostanti l’elaborazione parziale delle informazioni dovuta ai loro atteggiamenti.

Per modificare gli atteggiamenti (e i comportamenti conseguenti) è fondamentale arrivare ad incidere su quelle che sono le loro “radici”: le paure sottostanti, le questioni identitarie, le visioni del mondo che conferiscono agli atteggiamenti il potere di mantenere salde e stabili alcune convinzioni anche di fronte a prove che potrebbero contraddirle.

 

Gli studi recenti hanno esaminato, in particolare, quattro “radici” degli atteggiamenti che sottostanno alle credenze e ai comportamenti anti-vaccinali:

  • le credenze cospirative, per cui le persone sono portatrici di una “visione cospirazionista” del mondo, in cui ci sono reti nascoste di interessi che cercano di orientare malevolmente la massa sforzandosi di mantenere segreti dati rilevanti (ad es., Big Pharma e altri portatori di interessi segreti esagerano i benefici dei vaccini e non segnalano i loro pericoli, tengono nascosti percorsi di cura alternativi, ecc.). Questa visione del mondo fornisce un metodo efficace per ordinare, prevedere e dare un senso all’universo, anche e soprattutto in condizioni di incertezza;
  • la sensibilità al disgusto, per cui alcune paure o vere fobie possono essere alla base di credenze antiscientifiche (ad es., le persone che hanno reazioni intense di ribrezzo per il sangue, gli aghi, gli ospedali, la sofferenza fisica possono sviluppare atteggiamenti che permettano loro di evitare i fattori scatenanti della loro paura, come il rifiuto degli interventi tecnico-medici di vaccinazione);
  • la reattanza, la tendenza delle persone ad avere una bassa tolleranza per le violazioni delle loro libertà, per cui chi è portato a rappresentarsi come anticonformista e libertario, mostrandosi scettico verso le opinioni consensuali e intollerante verso coloro che gli “dicono come pensare”, può essere motivato a rifiutare opinioni che ritiene massificate (es., “l’immunizzazione è buona”) proprio per comunicare a sé e agli altri la sua identità;
  • la visione individualistica del mondo, per cui le persone pensano che sia meglio che ogni individuo prenda le decisioni per sé stesso, in opposizione al fatto che sia la società o un governo a prendere decisioni per tutti. Questo può condurre, da un lato, al sospetto che Big Pharma stia facendo grandi affari con i vaccini, associandosi con scetticismo verso la vaccinazione. Dall’altro, è possibile che l’immunizzazione di massa possa essere vista come un’iniziativa eccessivamente intrusiva da parte dei governi sulla vita dei singoli.

Le correlazioni tra questi moventi profondi e gli atteggiamenti anti vaccinali sono stati studiati già in epoca pre-Covid. In uno studio del 2018* sono stati analizzati sistematicamente i dati al riguardo provenienti da 24 nazioni, sia della parte più economicamente sviluppata che da quella meno industrializzata del mondo, per esaminare empiricamente la misura in cui ciascuna di queste radici psicologiche incide sull’emergere di atteggiamenti anti-vaccinali.

In particolare, il ruolo particolarmente forte delle credenze cospirative nel sostenere gli atteggiamenti anti-vaccinali aiuta a contestualizzare meglio il motivo per cui fornire informazioni correttive o sfatare i miti sulle vaccinazioni tende ad essere inefficace o controproducente: mentre per la maggioranza delle persone i messaggi ufficiali che affermano il consenso scientifico sulla vaccinazione sono rassicuranti, per coloro che hanno una visione cospirativa del mondo quegli stessi pronunciamenti ufficiali possono essere percepiti proprio come la prova dell’esistenza di una cospirazione.

Alla luce di queste conoscenze, un modo più efficace per sostenere il cambiamento è identificare i motivi psicologici alla base dell’atteggiamento di rifiuto della vaccinazione e adattare gli interventi comunicativi, in modo da renderli coerenti con le motivazioni profonde che portano le persone allo scetticismo.

Nello specifico, è controproducente cercare di ridurre il pensiero cospirativo opponendovisi in maniera diretta. Piuttosto, accettando di confrontarsi con la visione del mondo che sottende questo pensiero, si può riconoscere la possibilità di cospirazioni per mostrare come possano altresì esserci interessi consolidati e cospirativi orientati proprio ad oscurare i benefici delle vaccinazioni e ad esagerarne i pericoli.

Allo stesso modo può non essere possibile ridurre i livelli di reattanza delle persone ma è possibile far loro rilevare che i movimenti anti vaccinali esercitano una forte pressione di gruppo sul conformismo dei loro membri, scoraggiando proprio la loro libertà individuale.

Per coloro che partono da una difficoltà con l’esposizione al sangue, all’ospedalizzazione e al dolore, l’evitamento della vaccinazione è una strategia di riduzione dell’ansia a breve termine ma si può incidere sull’atteggiamento anti-vaccinale intanto accogliendo i loro timori e ricordando loro le conseguenze della malattia in termini di sintomatologia, ospedalizzazione, sofferenza.

E anche con coloro che portano una visione individualistica del mondo si può argomentare, accogliendo il dubbio sulla misura opportuna dell’invadenza dello stato sulle scelte individuali e, al contempo, sottolineando la condizione di emergenza in cui questo accade e i benefici (in termini economici, sociali, di libertà di movimento, ecc.) conseguibili per l’individuo attraverso la vaccinazione.

La persuasione, quindi, anche in questo caso, si può basare solo su messaggi che comprendano e tengano conto delle diverse motivazioni profonde che sostengono l’atteggiamento scettico o avverso sui vaccini. E questi  messaggi vanno veicolati in termini differenziati (se non personalizzati) per entrare in rapporto con i diversi segmenti di quella componente della popolazione.

Da questo punto di vista, allora, l’obiettivo collettivo a cui possiamo contribuire, come psicologi, è proprio quello di sostenere la capacità di ascolto delle motivazioni di tutti, di aiutare ad entrare in relazione con le paure, le ideologie e le tematiche identitarie anche di chi tiene un atteggiamento anti-vaccinale.

È questo il valore della nostra professione che in questo momento più che mai serve al Paese.

 

 

Link all’articolo originale: 

https://felicetorricelli.it/psicologi-e-vaccini-cosa-sappiamo-e-cosa-possiamo-fare/

 

Pubblicato in Blog

Nelle settimane di quarantena stiamo vivendo una condizione che Bessel van der Kolk definisce “pre-traumatica”, una condizione cioè che potrebbe preparare il terreno allo sviluppo di una traumatizzazione psicologica, poiché coinvolge diversi aspetti centrali per la nostra vita: la sicurezza fisica e la malattia, le condizioni economiche e il costo psicologico del vivere rinchiusi in casa e separati dagli altri.

Abbiamo imparato molto dalla cultura del trauma negli ultimi decenni e qualcosa potrebbe esserci utile per capire ora come affrontare la situazione attuale, in un modo che sia il più possibile adattivo per la mente.

 Pre-condizioni per lo sviluppo di un trauma.

Cosa favorisce lo sviluppo di traumatizzazione? Sappiamo ormai che alcune condizioni emotive posso facilitare e favorire processi di traumatizzazione. Vediamo quali aspetti e segnali possono verificarsi anche nell'emergenza attuale:

  1. Perdita di prevedibilità del mondo conosciuto
  2. Immobilità
  3. Perdita di connessione
  4. Ottundimento (Numbing out) e Distacco/Distanziamento (Spacing out)
  5. Perdita del senso del tempo
  6. Perdita del senso di sicurezza
  7. Perdita di senso e scopo nella vita

 Ci sarà molto da imparare da questa esperienza. Non ci saranno esperti in questo campo, poiché il verificarsi di una pandemia è un fenomeno del tutto nuovo per il mondo che conosciamo ed è passato molto tempo dall'ultima volta che abbiamo dovuto affrontare un simile problema. Si tratta di una condizione differente per ognuno.

 Vediamo come sarà possibile aiutarci:

  1. Ritorno alla prevedibilità:
    Creare delle routine, degli appuntamenti, delle attività che permettano di tenere uno sguardo proiettato in avanti e di collocarsi in una cornice temporale definita e organizzata, anche se siamo chiusi in casa. Scrivere e creare un calendario di attività ludiche, relazionali o lavorative e condividerlo con le persone care. La passività è una reazione emotiva normale, ma molto pericolosa per la mente se protratta troppo a lungo.
  1. Immobilità vs Movimento:
    Quando siamo traumatizzati ci troviamo in una condizione emotiva in cui sentiamo letteralmente che “non c'è niente che possiamo fare per cambiare le cose”. Insieme a questo perdiamo anche il nostro stesso senso fisico e corporeo di poter agire (agency) e questo ha un impatto enorme sul corpo. La nostra normale reazione di fronte a eventi stressanti è muoverci: attaccare o fuggire sono reazioni normali per mettersi al sicuro, fare qualcosa che ci salvi, reagire. Ma per ora il nostro naturale sistema di difesa non può attivarsi in questa direzione, dobbiamo restare immobili e una grande quantità di attivazione fisiologica viene bloccata, non può semplicemente esprimersi. Questo potrebbe portare, come i primi dati di ricerca stanno evidenziando, ad un incremento dell'aggressività, dell'irritabilità e della violenza domestica. Che fare? Se teniamo a mente questa idea che il corpo di tutti noi sta accumulando una grande quantità di energia inutilizzata allo scopo di proteggersi, possiamo coltivare la possibilità di utilizzare questa energia per azioni, soprattutto fisiche, utili per la nostra vita e fare con il corpo tutto quello che ci è ancora possibile fare: realizzare oggetti, cucinare insieme, fare lavori in casa, fare la spesa, fare pulizie, prendersi cura delle cose e delle persone, fare sesso, ballare, suonare, cantare, essere creativi in tutti i modi possibili che conosciamo.
  • E' centrale guidare “un passo alla volta” il nostro bisogno di azione, su attività funzionali e cooperative e non dannose per la salute nostra e di chi abbiamo vicino
  • Auto-regolazione: imparare come ascoltare e regolare le nostre emozioni, comportamenti e pensieri, calmare il corpo, restituire un senso di sé e offrire un “àncora” forte per aiutare a contenere e orientare tutte le normali reazioni fisiologiche di questo periodo.
  • Il rischio di non avere adeguate strategie di regolazione delle emozioni intense di questo periodo, potrebbe essere per molti quello di ricorrere all'alcool o alle sostanze o al cibo come “auto-cura” disfunzionale.
  1. Restare connessi vs Disconnessione: come essere umani siamo creature sociali, non esistiamo come singoli individui. L'interazione con altri cervelli e altri corpi, essere sintonizzati con gli altri è una caratteristica fondamentale della nostra specie. Essere rinchiusi e soli in casa è dunque una condizione completamente innaturale per ognuno di noi. Chi si trova a vivere da solo la condizione di quarantena, potrebbe sentire con più difficoltà tale condizione e talora essere portato a pensare di non essere “reale”, quando deprivato troppo al lungo di ogni forma di connessione umana. 
    Connessione visiva: sappiamo che vedere il volto, incontrare lo sguardo, ascoltare il tono di voce sono stimoli fondamentali per il nostro cervello per tornare sintonizzati e connessi; in questa fase le video chiamate sono molto importanti per mantenere o ritrovare la sensazione di esistere, di essere visti da qualcuno, per rientrare in quel ritmo e in quella sintonizzazione emotiva che ci permette di approfondire anche la connessione emotiva con noi stessi e di sostenerci.
    Nelle epidemie del passato non c'è sempre stata questa possibilità di essere così connessi a grandi distanze, ed è importante ricordarci oggi di questa risorsa fondamentale che può contribuire a mantenere nutrita la nostra “vitalità” come esseri umani, nel corpo e nella mente. Giochiamo, cuciniamo, cantiamo, suoniamo insieme.
  1. Numbing vs Mindfulness: una risposta emotiva naturale quando si attraversano eventi di vita drammatici è l' “ottundimento emotivo” (numbing), sentirsi cioè in uno stato di nebbia e confusione che permette di non percepire chiaramente le emozioni negative, ma che può condurre - se protratta troppo a lungo - ad un distacco più duraturo dalla realtà e dalle relazioni, con un senso di passività e impotenza pericolose nel lungo termine (tv, uso di sostanze, cibo, videogiochi). Per uscire dal numbing traumatico è fondamentale re-immettere vitalità nel nostro corpo, sentirci di nuovo vivi dopo quello che abbiamo vissuto. Come fare?
  • Riconoscere se stessi”: imparare a osservare e notare cosa succede all'interno, che emozioni ci guidano, che reazioni ci abitano, che pensieri ricorrono. Senza questo livello di osservazione della nostra mente, potremmo agire come un “pollo con la testa tagliata”: vivere cioè continuamente in uno stato reattivo e automatico di paura, rabbia, irritazione verso gli stimoli esterni, senza consapevolezza di quello che ci accade davvero.
  • Fare scelte”: una volta acquisito maggior contatto con se stessi e con la propria esperienza emotiva, diventa più facile scegliere cosa fare o almeno avere una idea più chiara di quale strada sia possibile per noi.
  • Sguardo esterno”: avere qualcuno che ci parli, che ci aiuti ad identificare cosa succede dentro di noi, al nostro corpo, alle nostre emozioni o pensieri. Dare insieme un nome alle esperienze interne e condividerle con un amico, uno psicologo, uno psicoterapeuta, un collega, chiunque possa osservare con noi semplicemente quello che accade e offrire uno sguardo capace di “testimoniare” la nostra esperienza interna, senza paura e con compassione.
  1. Perdita del senso del tempo vs Guardare al futuro: una delle caratteristiche principali nei processi di traumatizzazione è la perdita del senso del tempo, il non riuscire più a vedersi nel futuro, il sentire che la condizione traumatica e il dolore dureranno per sempre. Per tornare a guardare al futuro, è necessario dunque recuperare intanto un senso del tempo più ancorato al presente: nell'osservazione non giudicante della propria esperienza interna, potrebbero affiorare emozioni o sensazioni corporee molto disturbanti (ansia, rigidità o dolore fisico, disperazione,..), ma se riusciamo a stare nelle sensazioni e a notarle mentre respiriamo, potremmo osservare che a poco a poco i pensieri iniziano a spostarsi lentamente.
    E' importante ricordarci che siamo organismi viventi, se ad esempio ci sediamo immobili e semplicemente respiriamo ci accorgiamo che il nostro corpo è in una continua evoluzione, differenti sensazioni o pensieri vengono a galla continuamente, ma se continuiamo a focalizzarci solo sul respiro e sulla posizione del nostro corpo seduto qui ed ora, tutte le diverse emozioni, sensazioni o pensieri passano e semplicemente si trasformano, muovono verso altro.
    Respiro dopo respiro possiamo percepire che il nostro corpo cambia e possiamo vivere la sensazione interna che ogni momento è diverso dal precedente e che passerà. Questo guida la mente verso la consapevolezza di essere un organismo vivente che ha il suo proprio senso del tempo e che può notare come tutte le cose diventino diverse a poco a poco che il tempo scorre e che niente resta fermo: la luce dalla finestra, il mio senso del sé, il proprio respiro, il proprio dolore, etc..etc.
  1. Senso di sicurezza interno: acquisire un senso di sicurezza interno è centrale per chi ha vissuto situazioni traumatiche e per tutti è una condizione necessaria da preservare, sia quando viviamo con altre persone, sia quando viviamo da soli. Per ognuno di noi è importantissimo dunque identificare: cosa ci fa sentire al sicuro? Magari è un certo tipo di musica, magari un certo tipo di lettura: cosa ci aiuta a sentire uno stato di calma interiore? 
  • Il contatto fisico è l'elemento che più di ogni altro ci garantisce come esseri umani di sentire un senso profondo di sicurezza e conforto. Per chi vive in famiglia è il momento delle coccole, degli abbracci, del far sentire agli altri la vicinanza e l'importanza del contatto umano nella nostra percezione di sicurezza; per chi vive da solo in questa fase critica è molto più difficile, ma potrebbe essere altrettanto importante trovare una strada per offrire a se stessi un senso di maggior contatto e calore con alcuni esercizi corporei, per sviluppare un senso più profondo di sicurezza interno al corpo e di contatto con sé.
  • Privacy/confini: il nostro senso di sicurezza tuttavia può passare anche dall'avere necessità di uno spazio di privacy e solitudine, di uno spazio in cui possiamo non essere raggiunti, quando abbiamo bisogno di questo per avere un maggior contatto con noi stessi. Cosa possiamo fare se condividiamo spazi limitati? Identificare un angolo o un luogo della casa in cui gli altri sappiano che in quel momento abbiamo bisogno di non ricevere richieste, compiti, domande ed è nostro diritto chiederlo e trovarlo.
  • Le persone traumatizzate sentono un costante senso di minaccia all'interno del loro corpo, poiché sono continuamente bombardate da segnali viscerali di allerta e pericolo e nel tentativo di controllare questo processo, spesso diventano molto bravi nell'ignorare i loro segnali viscerali e nell'annebbiare la consapevolezza: imparano cioè a nascondersi da loro stessi. Nuovamente, chiedere un aiuto e condividere la propria esperienza interna può essere d’aiuto per ripristinare il giusto livello di consapevolezza e di adeguamento alla realtà. 

 

Non dimentichiamo che in questo momento chi vive una condizione di traumatizzazione, maltrattamento o violenza in famiglia potrebbe essere in pericolo nella condizione di quarantena forzata e potrebbe aver bisogno di chiedere aiuto.

 Di seguito i numeri di emergenza in Italia per farlo:

 Numero Unico Nazionale Antiviolenza e Stalking: 1522

 

 Bibliografia:

https://www.aisted.it/bessel-van-der-kolk-covid19 

https://www.besselvanderkolk.com/blog/how-we-can-nurture-our-mental-health-during-the-covid-19-pandemic

 

 

 

Pubblicato in Blog
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.