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Dipendenze: il gioco d'azzardo patologico

Al gioco, ed al gioco d’azzardo in particolare, deve essere riconosciuto un ruolo fondamentale per lo sviluppo e la sopravvivenza dell’uomo e della civiltà. Il gioco infatti è una vera e propria forma di cultura, dunque appartiene al registro della sanità: facilita la crescita, favorisce la socializzazione, rappresenta un utile svago e una piacevole evasione temporanea dalla quotidianità per scaricare le tensioni accumulate o per provare l’emozione del rischio.

Il gioco d’azzardo, nello specifico, rientra nella categoria dei giochi di alea: esso dunque, non è altro che una scommessa su ogni tipo di evento a esito incerto in cui il caso, in grado variabile, determina l’esito stesso. Il gioco d’azzardo è un rifugio della mente, un’occasione per costruire realtà parallele e alternative alla realtà quotidiana; un luogo mentale, ma anche fisico, cui si ricorre per sentirsi libero dai vincoli della vita quotidiana, dalle fatiche, dai principi di realtà, per convivere meglio, poi, con tutto questo.

Tuttavia, l’esperienza ludica è, a volte, talmente coinvolgente da diventare un baratro in cui si precipita, con preoccupanti costi individuali e sociali.

Quando parliamo di gioco d’azzardo possiamo individuare tre dimensioni: sociale, problematica e patologica. Complessivamente il quadro che si presenta è quello di una perdita di controllo nel comportamento di gioco che conduce a una catena di perdite e a una progressiva pervasività del gioco nella vita del soggetto. I giocatori patologici sanno che il loro comportamento compromette, distrugge o danneggia le loro relazioni personali, matrimoniali, familiari e lavorative: tuttavia sono cronicamente incapaci di resistere all’impulso di giocare, ed è ciò che crea la dipendenza.

I cosiddetti “giocatori problematici” invece sono individui che, non riuscendo ad avere un pieno controllo sul gioco, giocano in un modo che comincia a compromettere, infrangere o danneggiare l’ambito personale, familiare e sociale, pur non giungendo a una fase della disperazione.

Infine, tra i “giocatori non problematici” si possono distinguere due gruppi: i “non giocatori” e i “giocatori sociali”, che a loro volta possono essere distinti in “giocatori occasionali” e “giocatori abituali”. A queste categorie appartengono quegli individui che giocano solo per divertirsi, per passare il tempo o rilassarsi. Sia consciamente che inconsciamente desiderano vincere, preferiscono giochi più lenti e sono attratti dal rischio, ma sono in grado di smettere in qualunque momento.

Alcuni autori hanno individuato ed elaborato uno schema che aiuta a comprendere l’evoluzione della “carriera” di un giocatore patologico, inquadrando le diverse fasi di sviluppo e considerando il gioco patologico come il punto di arrivo di una lunga evoluzione in cui entrano in gioco molte variabili.

La prima fase di incontro con il gioco è definita fase vincente, caratterizzata dal gioco occasionale, prevalentemente consumato in compagnia di amici e familiari. In questa fase avviene di solito una grossa vincita che rinforza nel giocatore la convinzione di essere particolarmente abile o fortunato. I giocatori si illudono di poter tranquillamente controllare il loro gioco e di poterne evitare le conseguenze negative, traendone solo piacere.

I vissuti connessi alla prima fase portano i giocatori a investire sempre più tempo e denaro nelle loro attività di gioco e, da questo momento, ha inizio la fase perdente. Si comincia a perdere, si attribuisce la colpa di ciò ad un periodo sfortunato e si è continuamente alla ricerca di un’altra grossa vincita: inizia “l’inseguimento della perdita”, il giocatore torna spesso a giocare nel tentativo di recuperare il denaro perduto precedentemente. A causa del pressante bisogno di denaro, il giocatore comincia a chiedere prestiti a familiari e amici, spesso mentendo sui veri motivi della sua richiesta.

Indebitandosi, il giocatore continua a scommettere sempre più pesantemente, tanto da perdere completamente il controllo di sé e della situazione. Questo passaggio segna l’inizio della fase della disperazione. Il giocatore è dominato dal bisogno imperioso di giocare, diventa sempre più psicologicamente e fisicamente esaurito, e intravede quattro possibili vie d’uscita: il suicidio, la fuga, la carcerazione (nel caso il sempre più bisogno di soldi lo abbia portato a commettere attività illegali) o la richiesta d’aiuto.

La fase cruciale è quella della perdita della speranza, in cui si possono trovare crisi coniugali, divorzi, problemi con la giustizia.

Solo dopo aver toccato il fondo, il giocatore cerca di uscirne con l’aiuto di persone esterne e attraversa altre tre fasi che lo porteranno alla guarigione: la fase critica, la fase della ricostruzione e, infine, la fase della crescita. La prima ha inizio quando il giocatore patologico decide di chiedere aiuto per uscire dalla sua drammatica situazione. Segue la fase della ricostruzione, nella quale si tenta di riparare i danni economici e affettivi procurati alla famiglia e a se stesso. Infine, il terzo stadio della riabilitazione è costituito dalla fase della crescita, che porterà alla guarigione.

Come si evince, quello che conduce a un gioco patologico, dunque, è un processo lento e insidioso, caratterizzato da diverse fasi, anche se non tappe obbligatorie e inevitabili di un percorso, poiché non tutte le persone che attraversano le prime fasi sono destinate a diventare giocatori patologici.

L’insorgenza di comportamenti problematici di gioco non può essere attribuita a singole cause, ama alla presenza di più fattori con effetti cumulativi. Le cause dell’abitudine al gioco d’azzardo sono tante e hanno a che fare con la storia personale del soggetto, con le esperienze di vita che hanno contribuito a definire la sua personalità, con l’ambiente culturale in cui un individuo vive, con il tipo di impatto che il gioco ha avuto nella sua esistenza, con il modo in cui il soggetto percepisce il gioco. I fattori possono essere individuali, ambientali e neurobiologici.

Prima di concludere vorrei soffermarsi sulle nuove forme di gioco d’azzardo. L’avvento delle nuove tecnologie ha portato un forte cambiamento sulle modalità di gioco, sui tempi e sui luoghi in cui si può giocare d’azzardo. Il nuovo modo di giocare oggi è solitario, decontestualizzato (a ogni ora e in ogni luogo), globalizzato, con regole semplici e universalmente valide e pertanto ad alta soglia di accesso. Inoltre si rivolgono ad un pubblico generalmente lontano dai luoghi di culto dell’azzardo: adolescenti, casalinghe, pensionati, bambini e interi nuclei familiari che popolano le sale gioco infestate da slot-machine e videopoker o le affollate sale di Bingo.

Con i nuovi giochi d’azzardo (videopoker, Bingo, slot-machine, giochi d’azzardo on-line accessibili anche da cellulari e pc) il rischio di perdere il controllo del confine si fa più forte. Se il meccanismo del gioco è differito nel tempo o se l’accessibilità al gioco è ridotta, la possibilità di sviluppare un comportamento problematico è più remota. I nuovi giochi d’azzardo, al contrario, sono accessibili a tutti e propongono partite veloci in cui si assiste al trionfo della ripetizione e alla perdita del controllo temporale e monetario: il “rifugio”, in questo caso, rischia di alienare il soggetto dalla realtà.

A fronte di una diagnosi di GAP (gioco d’azzardo patologico), con le dovute distinzioni tra la forma problematica e la forma patologica, le modalità di intervento terapeutico possono avvenire a diversi livelli: psicoterapia individuale, di gruppo, familiare.

Articolo tratto da: Lavanco, Varveri – Gioco d’azzardo, una scommessa tra il benessere e la patologia – in Caretti, La Barbera – Le dipendenze patologiche. Clinica e psicopatologia – Raffaello Cortina Editore 2005.

 

G.Massimo Barrale - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo

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